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Arte e fotografia

In questa storia c’è qualcosa di arcano e di misterioso. Meglio, di arcaico. Qualcosa che sfugge. Qualcosa che proviene dalla notte dei tempi, che trascende l’immaginazione ma che, senza dubbio, è il motore ispiratore di questa mostra e del relativo catalogo.

Forse lo coglie, echeggiando Heinrich  Heine, Franco Maria Ricci, che questa esposizione ha voluto e portato nel suo Labirinto della Masone, a Fontanellato (Pr), il più grande labirinto esistente composto da 200 mila piante di bambù.

Spero che molti visitatori, guardando i feticci del mondo parallelo immaginato da Marco Barina, proveranno l’emozione di un riaccostamento a dèi, a culture, ad archetipi che esistevano già – ma come brocante dimenticata – nelle soffitte o nelle cantine della loro mente.

Ci sarà tempo fino al 10 giugno (info sulla mostra) per visitare “Il Museo di Pangea”, l’esposizione simil-etnografica dedicata a 70 “assemblages” di questo artista romano, Marco Barina, già marketing manager del Gruppo L’Espresso, che nel corso di un decennio ha battuto palmo palmo il mercato delle pulci di Porta Portese, mercatini e botteghe di rigattiere recuperando chincaglierie e cianfrusaglie: ciotole, cucchiai, chiavistelli, zuccheriere, grattugie, reperti di una modernità trasposta, creativamente, fra il Paleozoico e il Meseozoico, quando la Terra emersa formava un unico continente.

In questa unità geologica si misura, crediamo, l’aspirazione a un’universalità di cui solo l’arte può farsi carico: idoli, pali totemici, feticci, maschere e urne cinerarie prevalentemente in legno, che lasciano supporre ritrovamenti di perdute civiltà ma che sono interamente generate dall’estro di Barina, rivelano un linguaggio artistico omogeneo. L’attività di esplorazione e di ricerca degli oggetti diventa metafora di una dimensione perduta, individuazione estetica di un punto d’ancoraggio fra molteplicità e unità, essere e divenire.

“Goethe parlò di letteratura mondiale, Weltliteratur; nel caso di Barina – scrive Giovanni Mariotti (autore di quella “Storia di Matilde” che Pietro Citati ha battezzato, all’uscita, nel 2003, il più bel romanzo italiano che sia stato scritto negli ultimi vent’anni ), che insieme ad Anna Mattirolo ha curato i testi della Guida – si potrebbe parlare di arte mondiale, Weltkunst.” Quarantotto pagine riccamente illustrate fanno di questo catalogo, disponibile rilegato o in brossura, uno strumento tanto suggestivo quanto agile.

 



Museo di Pangea. Le civiltà immaginarie di Marco Barina. Ediz. italiana e inglese
Giovanni Mariotti,Anna Mattirolo,Franco Maria Ricci
Traduttore: S. Notini A. Valca
Editore: Franco Maria Ricci
Anno: 2018
Pagine: 48 p., ill. , Rilegato
EAN: 9788894340907


“Quando uno contempla, non si volge col pensiero indietro su sé stesso, ma possiede sé stesso e volge la sua attività all’oggetto, diventa anzi l’oggetto stesso, offrendo sé stesso, diciamo così, quale materiale, lasciandosi plasmare dall’oggetto contemplato”. Risalendo a queste parole di Plotino si acquista la giusta misura di questa impresa editoriale che è, al contempo, una missione esistenziale, una ricerca, una presa di coscienza, una raccolta, una mappatura. Una vita intera, insomma. La vita, per l’esattezza, di Thomas C. Laird, scrittore e fotografo americano che a soli 18 anni fece una di quelle scelte che dividono gli uomini.

Chi sopravvive da un lato, chi vive dall’altro. Laird scelse di “vivere” e di lasciare gli Stati Uniti viaggiando via terra, da solo, dall’Europa al Nepal. Dopo aver documentato la rivoluzione iraniana, si è stabilito a tempo pieno a Kathmandu, dove ha lavorato come fotografo, giornalista e… Guida himalayana. Facendo una breve ricerca su di lui nelle principali librerie online, compare questo volume non tradotto in italiano, “The Story of Tibet: Conversations with the Dalai Lama”, che dà il la a un lavoro di ricerca fra altissime montagne innevate, profonde vallate e sconfinati deserti, lì dove si celano i più grandi tesori della cultura buddhista e dell’eredità tibetana: gli affreschi murali, vere e proprie opere d’arte che si sviluppano su muri larghi anche 10 metri, scrigni di sapienza in forma iconica.

Il frutto di questo lavoro, meravigliose stampe anche a grandezza naturale di paradisi, inferni, pantheon variamente composti, è stato oggetto di mostre ed esposizioni che non potevano passare inosservate a una casa editrice che dei capolavori editoriali ha fatto la propria ragion d’essere, costi quel che costi (e questa volta è proprio il caso di sottolinearlo).

Ne è emerso un monumentale volume “Sumo” di dimensioni pari a 50 x 70 cm, impreziosito da Setalux (tessuto in filamento di viscosa con costruzione di ben 43 fili in ordito e 23 in trama) con 6 pagine pieghevoli e persino un leggio modulare disegnato da Shigeru Ban (premio Pritzker nel 2014). Le immagini, riprodotte a una risoluzione stupefacente, sono stampate in cinque colori, compreso l’oro. Ca va sans dire, l’edizione è limitata (81-998) e ogni copia è firmata da Sua Santità il VIV Dalai Lama, che in questi patrimoni dell’umanità ha più volte invitato a non vedere solo oggetti d’arte, ma vere e proprie stelle polari per chiunque cerchi di portare maggiore consapevolezza spirituale nella propria vita. Signore e signori, ecco a voi “Murals of Tibet”.


Murals of Tibet. Ediz. limitata
Thomas Laird
Editore: Taschen
Collana: Collector’s edition
Anno edizione: 2018
Pagine: 528 p., ill. , Rilegato
EAN: 9783836533126


Ci sono Umberto Boccioni, Amedeo Modigliani, Mario Sironi, Giorgio de Chirico e Giorgio Morandi. E Lucio Fontana, Renato Guttuso, Alberto Burri e Michelangelo Pistoletto. Sono solo alcuni dei 100 protagonisti di un’eccezionale mostra di capolavori della grafica italiana: stampe, disegni, incisioni, carte dipinte e anche libri d’artista. Teatro di questo evento, fruibile fino al 1° luglio 2018, è il Castello Sforzesco di Milano, verso cui sono state convogliate 200 opere normalmente conservate negli archivi civici, nelle biblioteche milanesi e nelle collezioni di Intesa Sanpaolo.

L’occasione per visionare questa galleria di lavori fra cui la raccolta di Vittore Grubicy de Dragon e i progetti di Roberto Sambonet e Luciano Baldessari per le Triennali del 1951 e del 1960, ma anche la collezione della Banca Commerciale Italiana a Zurigo che ha come protagonista Lucio Fontana, è pressoché unica: per la loro delicatezza, e dunque per ovvie ragioni conservative, queste opere possono uscire dalle teche o dagli archivi solo per brevi periodi. Una ragione in più, quindi, non solo per visitare la mostra, ma anche per acquistare il catalogo firmato da  Electa, che della mostra è stata anche co-produttrice e co-organizzatrice.

Giorgio Morandi, Grande natura morta con lampada a destra, 1928, Acquaforte, 321 x 459 mm, Civica Raccolta delle Stampe “A. Bertarelli”, Milano

Il volume restituisce con grande vivacità il concept dell’esposizione, un racconto per immagini che parte dal 1869 e che giunge alla fine degli anni ’70, attingendo a una straordinaria varietà di linguaggi, segnici o grafico-pittorici: dal simbolismo al surrealismo, dal futurismo alla Pop Art, dall’Arte Concettuale all’Arte Povera. 256 pagine illustrate mettono in luce la centralità del rapporto fra arte e carta: il dialogo di grandi artisti con questo supporto comune ed elementare ha “partorito” sia opere autonome che schizzi dove forme e colori sono spesso esasperati in una specie di drammatizzazione dell’atto figurativo.

Non sorprende, crediamo, che questo rapporto abbia dato forma a espressioni intimistiche che rivelano con grande naturalezza il vissuto dei grandi maestri del novecento.

La mostra annovera anche 13 libri d’artista provenienti dalla Biblioteca d’Arte: si segnalano opere di Vasilij Kandinsky, ma anche i Bagni Misteriosi di De Chirico nella cartella Mythologie, il celebre Libro “bullonato” Depero Futurista e la miscellanea Documenti d’arte d’oggi con la scultura da viaggio di Bruno Munari. A chiudere, alcuni casi di libri figurati d’autore editi dalla favolosa casa editrice Rizzardi.

Nella foto in alto a sinistra, Umberto Boccioni, Interno con due figure femminili, 1916, grafite, matita, inchiostro nero, matite colorate, acquerello e tempera bianca su carta, 654 x 475 mm, Civico Gabinetto dei Disegni, Milano


Novecento di carta
Editore: Mondadori Electa
Anno edizione: 2018
Pagine: 256 p., ill.
EAN: 9788891819246


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Tutto ebbe inizio durante alcuni viaggi per conto dell’Organizzazione Mondiale del Caffè, con la quale collaborava. Erano gli anni 70. Il 1973, per la precisione. Fu allora che Sebastiao Salgado ebbe la “vocazione” che di lì a poco lo avrebbe reso uno dei più grandi fotografi della nostra epoca: il bisogno di testimoniare, di portare a conoscenza, per mezzo delle immagini, ciò che la maggior parte delle persone non oserebbe toccare con mano: guerra, carestia, malattia, intervallate da una Natura potente e inflessibile, sublime e altera.




Questa missione non poteva che incrociare il proprio destino con quello dell’Africa e delle popolazioni più povere e diseredate che abitano il continente-culla della nostra specie, che magneticamente ci attrae a sé tanto quanto ci respinge per le sue contraddizioni. Nell’arco di 30 anni Salgado realizzerà oltre 40 reportage in queste terre: dalle tribù dinka del Sudan agli Himba della Namibia ai gorilla e ai vulcani della regioni dei grandi Laghi fino alle ondate di rifugiati, Salgado diventerà uno dei più grandi testimoni di una storia che Taschen – e chi se no? – nel 2007 ha raccolto in un’antologia di oltre 300 pagine arricchite dai testi della moglie, Lelia Salgado, e dello scrittore mozambicano Mia Couto, autore di Terra Sonnambula, certamente uno dei migliori dieci libri africani pubblicati nel XX secolo.




La notizia è che il volume è ora disponibile in una versione più economica ma non meno preziosa. Nell’era della post-fotografia, “nella quale abitiamo l’immagine nella stessa misura in cui essa ci abita – parole di Joan Fontcuberta, splendido autore di La furia delle immagini– e in cui le nozioni di originalità e proprietà, di verità e memoria si dissolvono inesorabilmente”, il lavoro di Salgado risale plastico dal vortice di questa infernale iconosfera per restituirci quel distacco e quell’ obiettività che rendono l’empatia dell’osservatore naturale, istintiva, solida, mai artificiosa , violenta o evanescente.

Ed è quella stessa empatia che possiamo sperimentare di fronte al primo grande lavoro di Salgado, “La mano dell’uomo”, il grande omaggio reso alla condizione dei lavoratori e in particolare dei minatori, di chi gioca la propria esistenza fra luce e tenebre, bianco e nero, in un perenne sali e scendi fra la vita e la morte.

Firmato da Taschen è anche un’altra opera monumentale di Salgado: Genesi, il risultato di un viaggio condotto in lungo e in largo per il Pianeta alla ricerca dell’ “incontaminato”, di quei luoghi dove le immagini evocano ancora tutta la bellezza e la potenza della Creazione.


Africa. Ediz. multilingue
Sebastião Salgado
Curatore: L. W. Salgado, M. Couto
Editore: Taschen
Collana: Fotografia
Anno edizione: 2018
Pagine: 326 p., ill. , Rilegato
EAN: 9783822856222



Cerchi Africa di Sebastiao Salgado nella prima edizione deluxe?

Insieme agli indubbi benefici che porta con sé, la modernità ci chiede di pagare un prezzo che molti conoscono bene. Ci riferiamo ai disturbi legati allo stress e all’ansia, quando non al panico vero e proprio, disagi tipici di una società competitiva dove ci è richiesta rapidità di pensiero e d’esecuzione, i punti di riferimento famigliari e affettivi sono sempre più precari, la nostra identità e le nostre sicurezze appaiono sempre più “liquide”.

Per la maggior parte delle persone calma, serenità e pace sono miraggi per cui si è disposti a pagare caro: sedute psicoterapeutiche, corsi di yoga e meditazione, vacanze comprensive di percorsi benessere vanno per la maggiore, sul mercato dei servizi alla persona, dove vengono spesso promossi con eleganti grafiche in cui, a farla da padrone,è un colore: il blu.




E’ questa la prima chiave di lettura a cui abbiamo collegato la lezione di Michel Pastoreau, un intellettuale che si è inventato un mestiere davvero curioso, lo storico dei colori. Nel suo bestseller “Blu”, Pastoureau rileva come a differenza del passato in cui veniva associato a gusti barbari e mantenuto ai margini della gamma cromatica, questi sia oggi il colore preferito in tutta Europa. La notizia è che questo bel libro firmato “Ponte alle Grazie”, da tempo disponibile solo in un’algida versione privo di corredo visivo, è stata finalmente oggetto di una nuova edizione illustrata. Un gioiellino molto atteso dai lettori di Pastoureau, che offre un punto di vista insolito sulla storia europea.

E’ noto, a chi mastica un po’ di cromterapia, che il blu è il colore della calma e della serenità d’animo, in grado di pacificare il sistema nervoso, la pressione e il battito cardiaco. Un colore moderno, dunque, in linea col nostro stile di vita e coi bisogni più profondi di noi uomini d’oggi. Ora, che il nostro subconscio elabori strategie di resistenza agli urti cui siamo sottoposti orientandoci nella scelta dei colori, non sorprende né, crediamo, può dirsi una tesi lontana da quella dello stesso Pastoreau, e cioè che la storia del colore in generale – e dunque quella di ogni colore in particolare – è essenzialmente una storia sociale.

Muovendo dalla tintura tramite guado europeo e l’indaco americano, dalla pittura con il lapislazzuli e l’azzurrite, dalla veste della Vergine Maria e dalla nascita, nel 1709, del cosiddetto “Blu di Berlino” (il Blu di Prussia), grazie all’incontro tra un droghiere e uno speziale mariuolo, lo storico transalpino ci conduce nel cuore della Rivoluzione Francese, del Romanticismo – di cui la giubba del giovane Werther di Goethe è uno dei simboli più pregnanti – e, naturalmente, dentro il cuore della nostra epoca: del suo costume – a partire dai blu jeans – e della musica, col “blues” e il suo carico di inquietudine e magia.




Per capire la modernità e per scorgerne il cammino in controluce, è quindi sufficiente ripercorrere la semplice vicenda di un colore? Almeno in parte sì, a patto che si comprenda che la fortuna di un colore non è un fatto semplicemente estetico o psicologico, ma innanzitutto culturale. Se attraverso i colori possiamo comprendere le persone e i loro bisogni, a maggior ragione – aguzzando la vista – possiamo capire una società intera e le sue tendenze profonde.


Blu. Storia di un colore. Ediz. a colori
Michel Pastoureau
Traduttore: F. Ascari
Editore: Ponte alle Grazie
Anno edizione: 2018
Pagine: 214 p., ill. , Brossura
EAN: 9788868337988


Dello stesso autore:

A poco meno di un mese dalle elezioni italiane, un libro dato alle stampe qualche anno fa torna di stretta attualità. Abbiamo verificato se nel frattempo il panorama editoriale italiano avesse prodotto qualcosa di meno datato, ma con esito negativo.

“L’Arte del Manifesto Politico 1914-1989. Ondate Rivoluzionarie”, curato da Jeffrey T. Schnapp ed edito da Skyra nel 2005, è ancora un capolavoro insuperato. Si tratta del catalogo di una mostra che si è svolta a Stanford fra il 14 settembre e il 31 dicembre 2005 – e a Miami Beach dal 24 febbraio al 25 giugno 2006 – incentrata sulla collezione di 200 manifesti politici di proprietà della Stanford University, datati fra la prima guerra mondiale e la caduta del muro di Berlino.




Il taglio del volume ha il merito di richiamarci alla realtà: i manifesti che tappezzano le nostre città in questi giorni, come quelli di cui rappresentano gli epigoni post-moderni, non si rivolgono a noi. O meglio, non si rivolgono a quella parte di noi, autocosciente, in cui tendiamo normalmente a identificarci. Piuttosto, i manifesti politici si rivolgono a noi come uomini-massa, come atomi di un magma collettivo, di un “attore politico” che non risponde agli imperativi della ragione ma a un ordine di natura simbolica; un ordine che abita il nostro subconscio e che, pur al variare dei contesti storici, culturali e artistici, risponde agli stessi stimoli.



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Di lui, William Wordsworth scrisse: “Non c’è dubbio che questo poveraccio fosse pazzo, ma c’è qualcosa nella sua pazzia che attira il mio interesse più dell’equilibrio di Lord Byron e Walter Scott”.

Sottovalutato in vita, destino che lo accomuna a molti altri geni, William Blake viene oggi considerato il più grande artista britannico. Non solo per l’ invenzione dell’incisione a rilievo, ma anche – anzi, soprattutto – per il carattere visionario della sua opera. Il cui atto conclusivo, va detto, non poteva trovar migliore sorte dell’illustrazione della Divina Commedia.

“Lo abbiamo trovato zoppo a letto – racconta Samuel Palmer nel 1824, pochi mesi dopo che Blake ricevette la commissione da parte di John Limmel – Non era inattivo, nonostante i sessantasette anni, ma lavorava sodo su di un letto coperto di libri, sedendo come uno dei patriarchi antichi o un Michelangelo morente”.

L’intento di dare forme e colori al poema dantesco lo terrà impegnato fino al giorno della morte, occorsa il 12 agosto 1827: questo rapporto fitto, intenso, intimo e totale con Dante produrrà 102 illustrazioni fra schizzi e acquarelli, lasciati in diversi stati di elaborazione. L’opera non fu mai pubblicata e le tavole furono poi disperse fra collezionisti privati e musei.




Solo una casa editrice, in Europa, poteva riuscire in un’impresa senza precedenti: raccoglierle e riprodurle a tutto folio (con 10 maxi-immagini pieghevoli) in un volume da collezione, con testi specialistici – tradotti in 5 lingue – a cura dello storico dell’arte Sebastian Schütze e della filologa Maria Antonietta Terzoli. Parliamo, ca va sans dire, di Taschen. La notizia è che quell’edizione, datata 2014, e naturalmente – anzi giustamente, verrebbe da dire – non economica, è stata affiancata ora da un esemplare più agile, posizionato nella collana “Clothbound” insieme alla monografia su Charlotte Salomon e ai “Ritratti di città”.

Debitore del simbolismo pre-raffaelita, precursore del gusto romantico e persino di quello surrealista, Blake è forse il più grande interprete di quello che Alberto Asor Rosa chiama il “visibile parlare” insito nella poesia di Dante:

Ogni qualvolta Dante descrive una situazione, il meccanismo si avvia e rapidamente prende forma. Bastano 2 o 3 versi perché si disegni un mondo dai confini tanto precisi quanto, alla fine, inattingibili

Al pari della Divina Commedia, la creatività di Blake spazia da scene di sofferenza a immagini di luce, da orribili trasfigurazioni umane fino alla perfezione della forma fisica, in un gioco caleidoscopico che non conosce sosta. “L’immaginazione – questo è Blake che parla – non è uno stato mentale: è l’esistenza umana stessa”. Il sospetto, tuttavia, è che il nostro vada ben oltre l’immaginazione, e questo sospetto è confermato dall’idea che, “se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe come è: infinito”.

Non c’è dubbio, Blake traghetta l’immaginazione su un altro piano, a lui più congeniale: quello della visione. Blake non immaginava, vedeva. Cherubini, per lo più. Parliamo di quel genere di visioni che l’opinione comune appoggia sul sottile confine fra misticismo e follia, ma per cui Henry Bergson ha una definizione molto più calzante: quella di intuizione, di “visione dello spirito da parte dello spirito”, capace di trasportare la coscienza su un piano che, a poche ore dalla morte, fra i disegni della Divina Commedia, ispirerà a Blake queste parole, dedicate all’amatissima moglie Kate:

Resta ferma! Esattamente come sei ora. Farò il tuo ritratto, perché per me tu sei stata sempre come un angelo





William Blake. La Divina Commedia di Dante
Sebastian Schütze, M. Antonietta Terzoli
Editore: Taschen
Collana: Clothbound
Anno edizione: 2017
Pagine: 464 p., ill. , Rilegato
EAN: 9783836568647


Basterebbe il primo dei tue termini in cui si articola il titolo, “Magnum”, per capire che questo è uno dei più importanti volumi da collezione dati alle stampe nel 2017, e che destinare ad esso uno spazio consono nella propria libreria è del tutto doveroso. Poi, però, l’occhio cade su quel secondo sostantivo, “Manifesto”, che appare quantomeno curioso considerata la sua natura celebrativa e non programmatica, e le ragioni per acquistarlo si moltiplicano sull’onda di questo straordinario merito: spingere a interrogarsi sulla carica ideologica della fotografia come arte (e come strumento giornalistico) nell’era dei Social Network; un’era che rende al contempo tanto attuale quanto anacronistica, tanto essenziale quanto demodè Magnum Photos, la mitica agenzia fotografica di cui il volume racconta i primi settanta anni di vita.




Fondata nel 1947 da Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger e William Vandivert, Magnum Photos ha prodotto alcuni fra i più importanti e drammatici reportage del novecento: in Vietnam, in India ai tempi della carestia, fra i minatori boliviani e fra i movimenti per i diritti civili, solo per portare alcuni esempi.

Curato da Clément Chéroux con la collaborazione di Clara Bouveresse, il libro (che assomma 416 pagine riccamente illustrate e che in Italia è edito dalla casa editrice Contrasto) attinge all’archivio di Magnum per sottolineare gli ideali di libertà, uguaglianza e universalismo che emersero dopo la Seconda guerra mondiale, ma anche la crescente frammentazione e disuguaglianza globale testimoniata dalle sottoculture, dalle minoranze e dagli esclusi. Sullo sfondo, le diverse forme espressive con cui i fotografi di Magnum hanno catturato i cambiamenti del mondo e dei pericoli che incombono su di esso. Pericoli che, oggi, chiamano direttamente in causa la fotografia: perché, al tempo dei social network, che ne è della fotografia come arte e vocazione, marginalizzata dalla produzione bulimica di immagini filtrate e catapultate sui social media per essere digerite da algoritmi che tutto possono fare, meno interrogarsi sul “senso” e sul destino dell’informazione?

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Prendete il più famoso e quotato degli artisti contemporanei. Prendete Andy Wahrol, Roy Lichtenstein o Bansky. Ecco, nemmeno loro, splendidi cantori visivi del nostro tempo, possono dirsi più moderni di Michelangelo Merisi da Caravaggio. E quando parliamo di modernità, non abbiamo in mente una modernità stilistica o concettuale, ma una modernità lucida, profetica, totale. La modernità che lega Merisi a un uomo che calcherà la sua stessa terra 3 secoli dopo di lui, dando vita a una vicissitudine umana troppo simile per apparire casuale.




A oltre 40 anni dalla morte, Pier Paolo Pasolini è ancora il più moderno degli intellettuali italiani. Questione di paradossi, perché la modernità di Pasolini nasce proprio dalla sua radicale anti-modernità, dalla sua posizione critica e ribelle nei confronti della società vigente, di cui è stato il detrattore più efficace e feroce. Non c’è chi non abbia notato che la sua idiosincrasia vibrante e creativa, a cui ancora attingiamo per resistere al campo gravitazionale di un riformismo plastico e apollineo (cui fa da pendant un populismo sterile e infantile), sembra riemergere come lava vulcanica dal fondo del diciassettesimo secolo. Dal fondo di un’anima, in particolare. Ça va san dire, l’anima di Caravaggio.




Entrambi riottosi alle regole del loro tempo, entrambi inquieti e perseguitati, entrambi affascinati dagli occhi neri e brillanti, dalla bocca un po’ grossa, dal ciuffo “alto, guerresco e magari anche un po’ esagerato e buffo sulla fronte”, quello che rende il ragazzo col canestro di frutta così simile a Pino Pelosi, il “ragazzo di vita” che ad oggi è stato l’unico condannato per l’assassinio di Pasolini. Entrambi ammaliati dagli ultimi, dai vinti, dagli umili, irresistibilmente attratti dal farsi uomo di Dio, dal divino che alberga nelle viscere del mondo e dall’irrefrenabile alternanza di vita e di morte che pulsa, senza sosta, ai bordi delle locande e dei vicoli più sporchi e malfamati.


Entrambi chiamati a restituire l’anima sulla riva del mare, al termine di una vicenda che sembra tratta più da una sceneggiatura che dal repertorio del fato. Entrambi vinti da una sensibilità che il genio di Andrea Camilleri, immaginando Caravaggio stesso intento a tenere un diario durante il soggiorno a Messina, là dove dipinge l’Adorazione dei pastori, proietterà negli occhi di Maria. Qui, proprio qui, “abita tutta la malinconia e la pena di me medesimo che pigliami a sera isguardando lo mare da la finestra”. E come può, la mente, non andare al “Vangelo di Matteo”, in cui Pasolini affida il ruolo di Maria, nei giorni della passione, a sua madre, “la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore”? Continua a leggere

Il 9 novembre 1989, nel giubilo generale, cadeva il Muro di Berlino. Chi possiede i requisiti anagrafici ha ancora negli occhi le scene di vita festante e felice che seguirono l’abbattimento dell’area di confine, suffragate dalle immagini di repertorio. I più attenti, però, ricorderanno che nemmeno 6 mesi dopo, il 5 maggio 1990, qualcosa era già cambiato nell’umore delle genti dell’Est. Qualcosa lasciava intuire che quella divisione, vissuta e pensata come artificiosa, non era solo geo-politica. O almeno non più. Quaranta lunghi anni non avevano eretto solo un muro. Avevano scavato un solco.




5 maggio 1990. In questa data, i telegiornali mostrarono qualcosa di molto diverso dalle “magnifiche sorti e progressive”: le immagini che giungevano della piazza di Lipsia non erano più immagini di gioia e di speranza. Erano piuttosto immagini di rabbia. Rabbia per la disoccupazione crescente (in pochi mesi si registrarono 3 milioni di disoccupati in più a causa della chiusura degli impianti industriali schiacciati dal crollo della domanda), rabbia per il rincaro degli affitti, rabbia per l’aumento del costo della vita.

Quella che fu chiamata riunificazione, a conti fatti, si stava trasformando in una vera e propria annessione dell’Ovest ai danni dell’Est. E la parola – danni – non è scelta a caso, perché è in questo humus che nacque quel fenomeno senza precedenti che va sotto il nome di Ostalgia: nostalgia dell’Est. Continua a leggere