Libreria Archivi - Bei Libri

Libreria

In questa storia c’è qualcosa di arcano e di misterioso. Meglio, di arcaico. Qualcosa che sfugge. Qualcosa che proviene dalla notte dei tempi, che trascende l’immaginazione ma che, senza dubbio, è il motore ispiratore di questa mostra e del relativo catalogo.

Forse lo coglie, echeggiando Heinrich  Heine, Franco Maria Ricci, che questa esposizione ha voluto e portato nel suo Labirinto della Masone, a Fontanellato (Pr), il più grande labirinto esistente composto da 200 mila piante di bambù.

Spero che molti visitatori, guardando i feticci del mondo parallelo immaginato da Marco Barina, proveranno l’emozione di un riaccostamento a dèi, a culture, ad archetipi che esistevano già – ma come brocante dimenticata – nelle soffitte o nelle cantine della loro mente.

Ci sarà tempo fino al 10 giugno (info sulla mostra) per visitare “Il Museo di Pangea”, l’esposizione simil-etnografica dedicata a 70 “assemblages” di questo artista romano, Marco Barina, già marketing manager del Gruppo L’Espresso, che nel corso di un decennio ha battuto palmo palmo il mercato delle pulci di Porta Portese, mercatini e botteghe di rigattiere recuperando chincaglierie e cianfrusaglie: ciotole, cucchiai, chiavistelli, zuccheriere, grattugie, reperti di una modernità trasposta, creativamente, fra il Paleozoico e il Meseozoico, quando la Terra emersa formava un unico continente.

In questa unità geologica si misura, crediamo, l’aspirazione a un’universalità di cui solo l’arte può farsi carico: idoli, pali totemici, feticci, maschere e urne cinerarie prevalentemente in legno, che lasciano supporre ritrovamenti di perdute civiltà ma che sono interamente generate dall’estro di Barina, rivelano un linguaggio artistico omogeneo. L’attività di esplorazione e di ricerca degli oggetti diventa metafora di una dimensione perduta, individuazione estetica di un punto d’ancoraggio fra molteplicità e unità, essere e divenire.

“Goethe parlò di letteratura mondiale, Weltliteratur; nel caso di Barina – scrive Giovanni Mariotti (autore di quella “Storia di Matilde” che Pietro Citati ha battezzato, all’uscita, nel 2003, il più bel romanzo italiano che sia stato scritto negli ultimi vent’anni ), che insieme ad Anna Mattirolo ha curato i testi della Guida – si potrebbe parlare di arte mondiale, Weltkunst.” Quarantotto pagine riccamente illustrate fanno di questo catalogo, disponibile rilegato o in brossura, uno strumento tanto suggestivo quanto agile.

 



Museo di Pangea. Le civiltà immaginarie di Marco Barina. Ediz. italiana e inglese
Giovanni Mariotti,Anna Mattirolo,Franco Maria Ricci
Traduttore: S. Notini A. Valca
Editore: Franco Maria Ricci
Anno: 2018
Pagine: 48 p., ill. , Rilegato
EAN: 9788894340907


Mattia Pascal esiste davvero. Il suo vero nome è Ivano Stellati, alias Ivano Stellato, alias Roberto Regonini, alias Roberto Bollatti. Eccettera eccettera. La storia è rimbalzata su tutti i media nazionali in leggero ritardo sui 150 anni dalla nascita di Luigi Pirandello. Recco, Riviera ligure. Un piccolo incidente stradale fa emergere un fatto incredibile. Al volante di una delle due vetture coinvolte nel sinistro sedeva un fantasma. Proprio così, un fantasma in carne e ossa, un uomo che dopo essersi presentato all’anagrafe per rinnovare la carta d’identità ed essersi sentito dire di essere morto, ha deciso di non esistere più e di lasciarsi alle spalle la sua vecchia vita. 25 anni fa, ormai. Da allora il fu Ivano Stellato vive di piccoli lavori, di impieghi alla giornata. Vive senza documenti. E vive onestamente. Non scappa da nulla. Sulla sua testa non pende nessuna denuncia, solo il desiderio di una “libertà impossibile” che traluce dalla scelta di fornire, come data di nascita dei suoi numerosi alias, il 25 aprile. Perché “la liberazione – dice – mi piaceva”.

La sua vicenda riapre gli interrogativi tipici dell’alter ego letterario di Ivano. Mattia Pascal. Si può fuggire da se stessi per fuggire dagli altri, soprattutto nella società dei big data? Si può morire in vita e rinascere, leggeri e rinnovati? Si può abiurare la prima e forse più decisiva etichetta che ci viene imposta a mo di timbro destinante? Ci si può reinventare da capo, magari sfruttando il web e la sua residua virtualità? Si può pensare la vita come artificio, come invenzione totale, come messinscena che denunci l’assoluta evanescenza dell’io?

Questa storia, galeotta per un nuovo sguardo sul personaggio pirandelliano, ci conduce fra le braccia di una casa editrice che siamo sinceramente lieti di menzionare per la prima volta. Parliamo dell’Enrico Damiani, che per i 150 anni della nascita di Pirandello ha inserito “Il Fu Mattia Pascal” nella sua preziosa collana “Gli Unici”, insieme al Misantropo di Moliere, a Quattro Quartetti di T.S. Elliott e a Io, D’Annunzio a cura di Bruno Guerri. Il volume è in ottava con copertina bodoniana (come precisa liricamente la casa editrice) e sovra-coperta. Le pagine sono stampate a colori su carta arcoprint da (ben) 120 grammi. La tiratura, naturalmente, è limitata: solo 300 le copie in commercio. Allegato al volume, prefatto da Antonio Pascalee illustrato da Ruggero Savinio (Premio de Sica nel 20107 nonché nipote di De Chirico), l’edizione è corredata da un Cd con letture eseguite da Luca Micheletti, già premio internazionale Pirandello per meriti in campo teatrale.

“È il romanzo che apre il Novecento e anticipa tutti i temi che segneranno il percorso artistico del secolo – si legge in sinossi –  l’identità molteplice, il desiderio di fuga e di riscatto, l’illusione di poter cambiare radicalmente vita liberandola dalle pressioni sociali. L’acutezza psicologica del romanzo, del 1904, è in grado di denunciare l’inevitabile fragilità del sogno, sempre attuale, di inscenare vite artificiali e virtuali. Come indica Antonio Pascale nella sua ironica e illuminante lettura, questo intramontabile dramma esistenziale di Pirandello può essere inteso come una mappa universale dei sentimenti umani e un grido d’allarme lanciato per la nostra epoca”.


Il fu Mattia Pascal. Con CD-Audio
Luigi Pirandello
Illustratore: R. Savino
Editore: ED-Enrico Damiani Editore
Collana: Gli unici
Anno edizione: 2017
EAN: 9788899438159


“Quando uno contempla, non si volge col pensiero indietro su sé stesso, ma possiede sé stesso e volge la sua attività all’oggetto, diventa anzi l’oggetto stesso, offrendo sé stesso, diciamo così, quale materiale, lasciandosi plasmare dall’oggetto contemplato”. Risalendo a queste parole di Plotino si acquista la giusta misura di questa impresa editoriale che è, al contempo, una missione esistenziale, una ricerca, una presa di coscienza, una raccolta, una mappatura. Una vita intera, insomma. La vita, per l’esattezza, di Thomas C. Laird, scrittore e fotografo americano che a soli 18 anni fece una di quelle scelte che dividono gli uomini.

Chi sopravvive da un lato, chi vive dall’altro. Laird scelse di “vivere” e di lasciare gli Stati Uniti viaggiando via terra, da solo, dall’Europa al Nepal. Dopo aver documentato la rivoluzione iraniana, si è stabilito a tempo pieno a Kathmandu, dove ha lavorato come fotografo, giornalista e… Guida himalayana. Facendo una breve ricerca su di lui nelle principali librerie online, compare questo volume non tradotto in italiano, “The Story of Tibet: Conversations with the Dalai Lama”, che dà il la a un lavoro di ricerca fra altissime montagne innevate, profonde vallate e sconfinati deserti, lì dove si celano i più grandi tesori della cultura buddhista e dell’eredità tibetana: gli affreschi murali, vere e proprie opere d’arte che si sviluppano su muri larghi anche 10 metri, scrigni di sapienza in forma iconica.

Il frutto di questo lavoro, meravigliose stampe anche a grandezza naturale di paradisi, inferni, pantheon variamente composti, è stato oggetto di mostre ed esposizioni che non potevano passare inosservate a una casa editrice che dei capolavori editoriali ha fatto la propria ragion d’essere, costi quel che costi (e questa volta è proprio il caso di sottolinearlo).

Ne è emerso un monumentale volume “Sumo” di dimensioni pari a 50 x 70 cm, impreziosito da Setalux (tessuto in filamento di viscosa con costruzione di ben 43 fili in ordito e 23 in trama) con 6 pagine pieghevoli e persino un leggio modulare disegnato da Shigeru Ban (premio Pritzker nel 2014). Le immagini, riprodotte a una risoluzione stupefacente, sono stampate in cinque colori, compreso l’oro. Ca va sans dire, l’edizione è limitata (81-998) e ogni copia è firmata da Sua Santità il VIV Dalai Lama, che in questi patrimoni dell’umanità ha più volte invitato a non vedere solo oggetti d’arte, ma vere e proprie stelle polari per chiunque cerchi di portare maggiore consapevolezza spirituale nella propria vita. Signore e signori, ecco a voi “Murals of Tibet”.


Murals of Tibet. Ediz. limitata
Thomas Laird
Editore: Taschen
Collana: Collector’s edition
Anno edizione: 2018
Pagine: 528 p., ill. , Rilegato
EAN: 9783836533126


Ci sono Umberto Boccioni, Amedeo Modigliani, Mario Sironi, Giorgio de Chirico e Giorgio Morandi. E Lucio Fontana, Renato Guttuso, Alberto Burri e Michelangelo Pistoletto. Sono solo alcuni dei 100 protagonisti di un’eccezionale mostra di capolavori della grafica italiana: stampe, disegni, incisioni, carte dipinte e anche libri d’artista. Teatro di questo evento, fruibile fino al 1° luglio 2018, è il Castello Sforzesco di Milano, verso cui sono state convogliate 200 opere normalmente conservate negli archivi civici, nelle biblioteche milanesi e nelle collezioni di Intesa Sanpaolo.

L’occasione per visionare questa galleria di lavori fra cui la raccolta di Vittore Grubicy de Dragon e i progetti di Roberto Sambonet e Luciano Baldessari per le Triennali del 1951 e del 1960, ma anche la collezione della Banca Commerciale Italiana a Zurigo che ha come protagonista Lucio Fontana, è pressoché unica: per la loro delicatezza, e dunque per ovvie ragioni conservative, queste opere possono uscire dalle teche o dagli archivi solo per brevi periodi. Una ragione in più, quindi, non solo per visitare la mostra, ma anche per acquistare il catalogo firmato da  Electa, che della mostra è stata anche co-produttrice e co-organizzatrice.

Giorgio Morandi, Grande natura morta con lampada a destra, 1928, Acquaforte, 321 x 459 mm, Civica Raccolta delle Stampe “A. Bertarelli”, Milano

Il volume restituisce con grande vivacità il concept dell’esposizione, un racconto per immagini che parte dal 1869 e che giunge alla fine degli anni ’70, attingendo a una straordinaria varietà di linguaggi, segnici o grafico-pittorici: dal simbolismo al surrealismo, dal futurismo alla Pop Art, dall’Arte Concettuale all’Arte Povera. 256 pagine illustrate mettono in luce la centralità del rapporto fra arte e carta: il dialogo di grandi artisti con questo supporto comune ed elementare ha “partorito” sia opere autonome che schizzi dove forme e colori sono spesso esasperati in una specie di drammatizzazione dell’atto figurativo.

Non sorprende, crediamo, che questo rapporto abbia dato forma a espressioni intimistiche che rivelano con grande naturalezza il vissuto dei grandi maestri del novecento.

La mostra annovera anche 13 libri d’artista provenienti dalla Biblioteca d’Arte: si segnalano opere di Vasilij Kandinsky, ma anche i Bagni Misteriosi di De Chirico nella cartella Mythologie, il celebre Libro “bullonato” Depero Futurista e la miscellanea Documenti d’arte d’oggi con la scultura da viaggio di Bruno Munari. A chiudere, alcuni casi di libri figurati d’autore editi dalla favolosa casa editrice Rizzardi.

Nella foto in alto a sinistra, Umberto Boccioni, Interno con due figure femminili, 1916, grafite, matita, inchiostro nero, matite colorate, acquerello e tempera bianca su carta, 654 x 475 mm, Civico Gabinetto dei Disegni, Milano


Novecento di carta
Editore: Mondadori Electa
Anno edizione: 2018
Pagine: 256 p., ill.
EAN: 9788891819246


Ti è piaciuto questo articolo? Allora ti consigliamo:

Tutto ebbe inizio durante alcuni viaggi per conto dell’Organizzazione Mondiale del Caffè, con la quale collaborava. Erano gli anni 70. Il 1973, per la precisione. Fu allora che Sebastiao Salgado ebbe la “vocazione” che di lì a poco lo avrebbe reso uno dei più grandi fotografi della nostra epoca: il bisogno di testimoniare, di portare a conoscenza, per mezzo delle immagini, ciò che la maggior parte delle persone non oserebbe toccare con mano: guerra, carestia, malattia, intervallate da una Natura potente e inflessibile, sublime e altera.




Questa missione non poteva che incrociare il proprio destino con quello dell’Africa e delle popolazioni più povere e diseredate che abitano il continente-culla della nostra specie, che magneticamente ci attrae a sé tanto quanto ci respinge per le sue contraddizioni. Nell’arco di 30 anni Salgado realizzerà oltre 40 reportage in queste terre: dalle tribù dinka del Sudan agli Himba della Namibia ai gorilla e ai vulcani della regioni dei grandi Laghi fino alle ondate di rifugiati, Salgado diventerà uno dei più grandi testimoni di una storia che Taschen – e chi se no? – nel 2007 ha raccolto in un’antologia di oltre 300 pagine arricchite dai testi della moglie, Lelia Salgado, e dello scrittore mozambicano Mia Couto, autore di Terra Sonnambula, certamente uno dei migliori dieci libri africani pubblicati nel XX secolo.




La notizia è che il volume è ora disponibile in una versione più economica ma non meno preziosa. Nell’era della post-fotografia, “nella quale abitiamo l’immagine nella stessa misura in cui essa ci abita – parole di Joan Fontcuberta, splendido autore di La furia delle immagini– e in cui le nozioni di originalità e proprietà, di verità e memoria si dissolvono inesorabilmente”, il lavoro di Salgado risale plastico dal vortice di questa infernale iconosfera per restituirci quel distacco e quell’ obiettività che rendono l’empatia dell’osservatore naturale, istintiva, solida, mai artificiosa , violenta o evanescente.

Ed è quella stessa empatia che possiamo sperimentare di fronte al primo grande lavoro di Salgado, “La mano dell’uomo”, il grande omaggio reso alla condizione dei lavoratori e in particolare dei minatori, di chi gioca la propria esistenza fra luce e tenebre, bianco e nero, in un perenne sali e scendi fra la vita e la morte.

Firmato da Taschen è anche un’altra opera monumentale di Salgado: Genesi, il risultato di un viaggio condotto in lungo e in largo per il Pianeta alla ricerca dell’ “incontaminato”, di quei luoghi dove le immagini evocano ancora tutta la bellezza e la potenza della Creazione.


Africa. Ediz. multilingue
Sebastião Salgado
Curatore: L. W. Salgado, M. Couto
Editore: Taschen
Collana: Fotografia
Anno edizione: 2018
Pagine: 326 p., ill. , Rilegato
EAN: 9783822856222



Cerchi Africa di Sebastiao Salgado nella prima edizione deluxe?

“E’ un personaggio anomalo, una santa con la spada in mano, una poesia in azione, una creatura di straordinaria e totale maturità”. Una creatura di totale maturità. Con questa curiosa definizione Maria Luisa Spaziani – la musa di Eugenia Montale – ci ha consegnato la sua Giovanna d’Arco, un romanzo popolare in sei canti in ottave e un epilogo.

Il metro scelto è quello dei canti prima popolari e poi cavallereschi. Dell’Orlando Furioso e della Gerusalemme liberata. Ma, a differenza di questi due grandi poemi della tradizione letteraria, gli endecasillabi non sono legati con rime che avrebbero privato la “Giovanna” della Spaziani di quella leggera, coinvolgente musicalità che la accompagna costantemente, dall’inizio alla fine.




Il testo, che ha visto la luce nel 1990, è ora nel catalogo di quello bellissimo scrigno di cultura che è la casa editrice Interlinea, collocato nella collana Lyra e proposta in un’edizione limitata di 499 esemplari. Un’edizione dai tratti delicatamente sobri, austeri ma al contempo potenti, perfetti per introdurre il soggetto. Vale a dire, quella creatura di totale maturità, come afferma la Spaziani rivendicando in Giovanna d’Arco la sua più grande passione storica e letteraria.

Una creatura naturalmente vocata ad abitare lo spazio fra storia e letteratura, fra realtà e leggenda, in cui i nodi dell’esistenza si sciolgono nella “missione” e nell’adesione incondizionata a un destino: personaggio, in questo, totalmente anti-moderno e anti-borghese, che deve al gioco di contrasti con la nostra epoca abitata dal disincanto la propria fortuna postera. “Forse un angelo parla a tutti, eppure – scrive la Spaziani – in quel supremo momento pochi ascoltano”. La differenza nella vita di ognuno di noi è quindi un semplice fatto di attenzione e ascolto? Il discrimine è quello di mettere a tacere rumori e pensieri per dedicarsi all’ascolto di ciò che è essenziale, delle “radici”?

Forse un angelo parla a tutti, eppure
in quel supremo istante pochi ascoltano,
pochi hanno l’orecchio e l’ubbidienza
delle radici che a gennaio dormono.
Dal profondo una voce bisbiglia,
giunge un brivido ai rami più lontani.
Nessuno se ne accorge ma è partita
a buie ondate un’altra primavera.




La Giovanna d’Arco della Spaziani non è colei che ci è stata consegnata dalla storiografia ufficiale. Quella che terminò la sua esistenza arsa nel rogo di Rouen. E’ una Giovanna salvata dalle fiamme ma esiliata in un luogo remoto e perduto, oggetto d’amore da parte di un uomo e vittima dell’inedia, di una noia paralizzante e forse di un senso di colpa per non aver potuto compiere fino in fondo il proprio destino, fosse stato anche quello di consegnarsi al patibolo. Così, un’ultima volta, Giovanna deciderà di tornare a Orleans: ma chi sarà davvero, in quel momento, la “pulzella”? Come spiegare “a chi è mortale, come la morte può fingersi vita”?


Giovanna d’Arco. Romanzo popolare in sei canti in ottave e un epilogo
Maria Luisa Spaziani
Editore: Marsilio
Collana: Romanzi e racconti
Anno edizione: 2000
Pagine: 112 p.
EAN: 9788831777001


Ti è piaciuta questa recensione? Allora ti consigliamo:

Einaudi ha dato alle stampe il primo “Millennio” del 2018. Per la gioia dei collezionisti (e anche degli atei, notoriamente innamorati di questo autore), è uscito infatti il “Commentario filosofico sulla Tolleranza” di Pierre Bayle, a cura di Stefano Brogi, professore associato all’Università di Siena. Anche se mai, prima d’ora, il Commentario era stato tradotto in italiano, l’operazione non intende essere solo culturale, ma Politica nel senso alto del termine: se dopo la seconda guerra mondiale quella della tolleranza sembrava un problema destinato a ri-solversi in un’evoluzione dei costumi che appariva tutt’uno con l’emergente società del benessere, sono bastati pochi decenni per mettere in discussione molte delle conquiste che si davano per acquisite.

Prima di Kant la lezione di Bayle è già criticista, intenta a evidenziare i limiti della ragione e delle sue possibilità di condurci a una Verità. Quel che Bayle mette in mostra è, innanzitutto, la necessità del pluralismo: non esiste una società razionale, e quindi non violenta, che non sia al contempo plurale. Non esiste via all’uso della ragione che prescinda da un elevato grado di “biodiversità” culturale, politica e religiosa. La ragione non è una facoltà auto-referenziale, ma si esercita a partire dal numero due. Noi occidentali diamo questa lezione quasi per scontata, eppure il nostro modo di concepire il mondo non appare meno rigido e ingabbiato di quanto apparisse in passato.




E’ cambiato solo l’oggetto della teologia, che da Dio si è spostato prima sull’ideologia e oggi sulla società in se stessa. Nella sua ultima fatica, “L’innominabile attuale“, l’anima di Adelphi Roberto Calasso scrive: “Duemila anni dopo Cristo, il secolarismo avvolge il pianeta. Così non è perché abbia sconfitto le religioni, bensì perché, fra tutte le religioni, è la prima che non si volga a entità esterne ma a se stessa, in quanto visione giusta e ultima delle cose come sono e come devono essere. Se il secolo ventesimo è stato il secolo dell’auto-riflessione, questo carattere si manifesta anche nel fatto che la società prende se stessa come oggetto che ormai ingloba tutto, grazie a quell’arma invincibile che passa sotto il nome di tecnologia”.

Questo processo è lo stesso che aveva ossessionato negli ultimi anni di lavoro Pier Paolo Pasolini, fino a farlo prorompere in un urlo di dolore che oggi suona profetico: “Sono infiniti i dialetti, i gerghi, le pronunce,perché è infinita la forma della vita non bisogna tacerli, bisogna possederli: ma voi non li volete perché non volete la storia, superbi monopolisti della morte…”.

Ciò che gli islamici radicali vorrebbero fare sul piano religioso, cancellare ogni diversità, l’Occidente lo ha già fatto e lo sta facendo sul piano sociale, dietro la spinta della società dei consumi (o, debordiamente, dello spettacolo, o per dirla alla Bauman, liquida). Possiamo quindi sostenere di essere ritornati al di sotto della soglia indicata da Bayle? Si tratta di un’ipotesi molto affascinante, perché la tolleranza odierna non assomiglia a una celebrazione della diversità quanto a una commedia del superfluo, in cui tutto ciò che entra in scena si pretende svuotato di un senso estraneo alla vulgata occidentale, quella che si usa definire con molta approssimazione “pensiero unico”.




In questa visione il bene è tutto ciò che è funzionale alla crescita economica: attitudini e comportamenti individuali, scelte personali, eredità culturali di carattere tradizionale vengono vagliati alla luce dei servigi resi alla causa del Prodotto Interno Lordo. Che è una divinità molto esigente e poco incline a sopportare devianze. Più che praticare la tolleranza, salvaguardando attivamente ogni diversità, l’Occidente ha quindi assimilato a sé il diverso in nome dell’individualismo fino a cancellarne le specificità culturali, operazione che si svela piuttosto clamorosamente quando fallisce e quando particolari gruppi sociali, oggi per lo più stranieri, si mostrano riottosi all’idea di “integrazione”, a questa particolare forma di medicina applicata alla società e ai suoi conflitti latenti.

La lezione di Bayle è diversa. La parola tolleranza, in lui, appare addirittura riduttiva per il suo orizzonte filosofico, che non si limita a proporre la “soppportazione” di chi è in posizione di debolezza, numerica o politica, da parte di chi è in condizione di forza. Bayle fa di più. Celebra apertamente la diversità, con tutto ciò che essa comporta, chiamando il “sovrano”  (dunque il popolo, dunque noi, proiettando l’appello ai giorni nostri, quasi dovessimo scindere le nostre preferenze dall’esercizio della cittadinanza, la nostra libertà dalla nostra equità) : “Tutto ciò che potrebbe nascerne, anzi, sarebbe una onesta emulazione a chi più si segnalasse per pietà, per buoni costumi, per scienza; ciascuna si farebbe un punto di onore di dimostrare che è la più vicina a Dio, dando prova di un maggiore attaccamento alla pratica delle opere pie e dell’amore per la patria, a patto che il sovrano le protegga tutte ugualmente, tenendole in equilibrio con la sua equità. Ora, è evidente che una così bella emulazione sarebbe causa di un’infinità di beni, e per conseguenza la tolleranza appare, fra tutte le cose del mondo, la più adatta a riportarci all’età dell’oro, a creare un concerto e un’armonia di più voci e strumenti di diversi toni e note almeno altrettanto gradevole quanto l’uniformità di una voce sola”.


Commentario filosofico
Pierre Bayle
Curatore: S. Brogi
Editore: Einaudi
Collana: I millenni
Anno edizione: 2018
Pagine: 800 p.
EAN: 9788806237554



Ti è piaciuto questo articolo? Allora non perderti:

 

Crediamo sia già stata notata, da parte pochi lettori che ci seguono con fedeltà, la passione di questo blog verso mappe, atlanti e altre forme di rappresentazione dello spazio su carta. Anche oggi che scriveremo di un romanzo non abbiamo resistito alla tentazione di leggerlo come una mappa fitta di rimandi e richiami successivi. Una specie di mappa del tesoro. O, ancor meglio, la mappa di un labirinto.

Primo elemento: la copertina. Semplice, in monocromo, con un’illustrazione tratta dall’incisione di un pesce. Una carpa, in particolare. Talmente semplice che tradisce immediatamente il design minimale tipico delle collane più prestigiose. Eppure, della sua collana, questo è ancora il primo volume.

Se però l’autore del libro è Giovanni Mariotti – quel Giovanni Mariotti autore di quella “Storia di Matilde”(Adelphi) che Pietro Citati ha battezzato, all’uscita, nel 2003, il più bel romanzo italiano che sia stato scritto negli ultimi vent’anni – e la casa editrice la Franco Maria Ricci,allora la via d’uscita non tarderà a rivelarsi: la scelta della cover è senza dubbio un omaggio alla meravigliosa collana di cui Mariotti è stato curatore e anche autore: la Biblioteca Blu, “biblioteca” che oggi è una meravigliosa collezione di opere rare fra cui spiccano testi di Diderot, de Balzac, Gozzano e di Borges. Proprio quel Borges cui molto si deve, per ammissione dello stesso Franco Maria Ricci, se la provincia di Parma può oggi vantare il Labirinto della Masone, il più grande esistente, composto interamente di piante di bambù (in totale sono circa 200 mila).

E poiché la collana della quale “La carpa del sogno”  è capostipite è stata battezzata “Il Labirinto Scritto”, ecco che il cerchio sembra chiudersi dentro un orizzonte dove nulla è lasciato al caso. Tantomeno la scelta della tiratura, limitata a 1000 copie, o del titolo e dell’illustrazione, che ci rimandano all’Oriente, al Giappone e a una tradizione spirituale in cui si compendia il senso profondo, ultimo e radicale di una vita intera. La vita di chi, per sua stessa ammissione, “non sa l’inglese, non sa nuotare, non sa ballare, non sa guidare l’automobile, non è mai salito in aereo”. Un uomo anti-moderno per vocazione e non per spinta ideologica.




Quanto c’è di auto-biografico, viene allora da chiedersi, nel protagonista Kogi? “Eremita, pittore di pesci e anche pesce, sia pure per il tempo di una reincarnazione breve e con diritto di recesso, ripropone in modo nuovo l’antica  Via dei solitari, dei rinuncianti”. C’è molto, dei grandi testi taoisti, in questo personaggio desideroso di vivere ai margini, che ha imparato a non dare troppa importanza alle cose e, soprattutto, a se stesso: “Il sommo bene è come l’acqua che benefica ogni cosa e non contende con nessuno. Fluisce nei posti bassi che gli altri disdegnano e cosi è vicina al Tao”, recita il Tao Te Ching di cui è nota l’apologia dell’acqua.

E l’acqua, non a caso, è il grande fil rouge anche di questo libro che ruota intorno alla metafora della Carpa, potente simbolo della tradizione giapponese: trovandosi sul tagliere in attesa di essere mutilata ed uccisa, essa non si muove ma rimane impassibile, fiera, ricordando l’atteggiamento dei samurai in attesa dell’esecuzione. Una leggenda cinese narra la risalita di una carpa lungo il Fiume Giallo, per arrivare poi alla Porta del Drago, superata la quale si trasforma in un dragone ed acquisisce il dono dell’ immortalità. Trasformazione, metamorfosi, realizzazione.




“Una volta Chuang-tzu sogna di essere una farfalla, una farfalla che svolazza, che si sentiva libera e che ignora l’esistenza di Chuang-tzu. Improvvisamente si risveglia, ed è nuovamente Chuang-tzu. A quel punto, però, non è più in grado di sapere è stato Chuang-tzu a sognare di essere una farfalla o se è stata una farfalla a sognare di essere Chuang-tzu”. La carpa Kogi è la farfalla-Chuang Tzu, la vita che – abbandonata ogni rigidità e attaccamento – si riconosce come attività sognante, soffio eterno che fluisce libero da una forma all’altra: pretendendo di fermarlo, di arrestarlo, di fissarlo, lo perdiamo, e in luogo della nostra essenza ci specchiamo in un ego sofferente e mutilato. E questa non è solo la lezione di un libro, ma l’unica lezione che in quanto uomini e donne non possiamo fare a meno di imparare.


La carpa del sogno. Ediz. limitata
Giovanni Mariotti
Editore: Franco Maria Ricci
Collana: Il labirinto scritto
Anno edizione: 2017
Pagine: 302 p., Brossura
EAN: 9788894153330


Il passaggio dal Medioevo all’era Moderna ha diversi marcatori. Uno dei più celebri è quello della scoperta dell’America, nel 1492. Lì inizia per convenzione quella che siamo soliti chiamare Storia Moderna, quasi che il mondo, attraverso quel viaggio, abbia compiuto un vero e proprio salto quantico. Piace immaginare che questo salto, sperimentato fra i banchi di scuola in piena età adolescenziale, simboleggi il passaggio dello studente all’età adulta, anche se onestà vuole che si vedano le cose per ciò che sono. Ovvero diverse. La storia di quella che chiamiamo modernità inizia molto prima ed è una storia che subisce accelerazioni, interruzioni, soste e ripartenze. Che muove, addirittura, da epoca romana.




Come non giudicare eminentemente moderno, ad esempio, un documento come la Tabula Peutingeriana, di età imperiale, che offre una prima rappresentazione del mondo antico e che evidenzia con notevole rigore strade e vie di comunicazione dell’epoca? La Tabula, disegnata da Marco Vipsanio Agrippia, mostra chiaramente le vicende che favorirono l’espansione di Roma: la sinergia fra la vocazione mercantile e la capacità militare, una combinazione amplificata dalla costruzione di strade e ponti. Ora, la Tabula non è solo moderna in sé, per la visione che la ispira e che la rende simile a una carta che potrebbe disegnare un geografo contemporaneo, ma perché attraverso il gesto stesso della mappatura si annuncia l’uomo moderno, l’uomo che organizza lo spazio nel quale si muove per affrancarsi dal fato, dal caso, dall’imprevisto. L’uomo che si riconosce come entità razionale e che desidera agire ispirato e mosso dalla ragione: l’uomo che fa esperienza della propria, possibile, libertà.




E’ in questa chiave che vogliamo presentare “Viaggio nel tempo. La storia del mondo attraverso le mappe antiche” di Kevin J. Brown, un volume firmato National Geographic ed edito in Italia da White Star. In 207 pagine rilegate Brown esplora i cambiamenti nella percezione e raffigurazione del mondo nel corso dei secoli, attraverso culture fra loro molto diverse. Dalla cartografia giapponese del XVIII secolo alle mappe mercantili europee, dalle cartine usate per propaganda alle mappe di fantasia, veniamo guidati in un viaggio dove via via l’uniforme cede il passo alla pluralità, al molteplice e alla diversità. In una parola, all’immagine riflessa del Mondo, a una bellezza la cui persistenza, nel nostro immaginario, appare minacciata dal destino di conoscenza varia ed eventuale che incombe sulla geografia nel nostro ordinamento scolastico.

Viene allora da leggere come un monito profetico il paradosso di Jorge Luis Borges sulla Mappa dell’Impero in scala 1:1, contenuto nella Storia universale dell’infamia, apparsa per la prima volta nel lontano 1935: “… In quell’Impero, l’Arte della Cartografia giunse a una tal Perfezione che la Mappa di una sola Provincia occupava tutta una Città, e la mappa dell’impero tutta una Provincia. Col tempo, queste Mappe smisurate non bastarono più. I Collegi dei Cartografi fecero una Mappa dell’Impero che aveva l’Immensità dell’Impero e coincideva perfettamente con esso. Ma le Generazioni Seguenti, meno portate allo Studio della cartografia, pensarono che questa Mappa enorme era inutile e non senza Empietà la abbandonarono all’Inclemenze del Sole e degl’Inverni”.


Viaggio nel tempo. La storia del mondo attraverso le mappe antiche
Kevin J. Brown
Editore: White Star
Collana: Antiche civiltà
Anno edizione: 2017
Pagine: 207 p., ill. , Rilegato
EAN: 9788854035843


Ti è piaciuto questo articolo? Allora ti consigliamo:

Le associazioni, in psicanalisi, vogliono sempre dire qualcosa. E  vorrà quindi dire qualcosa se, leggendo la parola “fiaba”, la mente corre immediatamente al capitoletto di un vecchio saggio di Umberto Galimberti, uscito nel 1992: “Idee: il catalogo è questo”, una rielaborazione di articoli apparsi sul Supplemento Domenicale de Il Sole 24 ore.

Alla voce Fiaba, appunto, Galimberti attacca la convinzione che le fiabe siano educative e denuncia “l’inganno della letteratura infantile che sembra inventata apposta per tenere il bambino più lontano dalla realtà della vita, quasi che non fosse stato generato per questa realtà ma per un’altra”. Non sempre, nella vita, il cacciatore arriva a liberarci dal ventre del lupo, non sempre per ogni bella addormentata o per una Cenerentola c’è un principe, e se “i sostenitori della fiabe ritengono positivo raccontare storie dove il protagonista trionfa perché la fragile personalità infantile trova una compensazione ai suoi stati depressivi e di paura”, beh, “una storia di sentimenti reali come capita a ognuno di noi, nei nostri giorni d’amore o di paura, potrebbe mettere subito i bambini in compagnia degli uomini, invece che delle streghe, delle fate, degli orchi”.




La domanda cruciale, prosegue il filosofo, è se queste favole le raccontiamo ai bambini o le raccontiamo a noi. Domanda niente affatto peregrina, se si pensa che i fratelli Grimm non erano certo scrittori di libri per bambini, ma studiosi di cultura popolare. Folcloristi che censivano storie raccontate da adulti ad altri adulti e trasmesse poi ai bambini che prestavano ascolto, forse un po’ spaventati, a quanto si narrava intorno al focolare. E sia, dunque. Continua a leggere