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Narrativa

Mattia Pascal esiste davvero. Il suo vero nome è Ivano Stellati, alias Ivano Stellato, alias Roberto Regonini, alias Roberto Bollatti. Eccettera eccettera. La storia è rimbalzata su tutti i media nazionali in leggero ritardo sui 150 anni dalla nascita di Luigi Pirandello. Recco, Riviera ligure. Un piccolo incidente stradale fa emergere un fatto incredibile. Al volante di una delle due vetture coinvolte nel sinistro sedeva un fantasma. Proprio così, un fantasma in carne e ossa, un uomo che dopo essersi presentato all’anagrafe per rinnovare la carta d’identità ed essersi sentito dire di essere morto, ha deciso di non esistere più e di lasciarsi alle spalle la sua vecchia vita. 25 anni fa, ormai. Da allora il fu Ivano Stellato vive di piccoli lavori, di impieghi alla giornata. Vive senza documenti. E vive onestamente. Non scappa da nulla. Sulla sua testa non pende nessuna denuncia, solo il desiderio di una “libertà impossibile” che traluce dalla scelta di fornire, come data di nascita dei suoi numerosi alias, il 25 aprile. Perché “la liberazione – dice – mi piaceva”.

La sua vicenda riapre gli interrogativi tipici dell’alter ego letterario di Ivano. Mattia Pascal. Si può fuggire da se stessi per fuggire dagli altri, soprattutto nella società dei big data? Si può morire in vita e rinascere, leggeri e rinnovati? Si può abiurare la prima e forse più decisiva etichetta che ci viene imposta a mo di timbro destinante? Ci si può reinventare da capo, magari sfruttando il web e la sua residua virtualità? Si può pensare la vita come artificio, come invenzione totale, come messinscena che denunci l’assoluta evanescenza dell’io?

Questa storia, galeotta per un nuovo sguardo sul personaggio pirandelliano, ci conduce fra le braccia di una casa editrice che siamo sinceramente lieti di menzionare per la prima volta. Parliamo dell’Enrico Damiani, che per i 150 anni della nascita di Pirandello ha inserito “Il Fu Mattia Pascal” nella sua preziosa collana “Gli Unici”, insieme al Misantropo di Moliere, a Quattro Quartetti di T.S. Elliott e a Io, D’Annunzio a cura di Bruno Guerri. Il volume è in ottava con copertina bodoniana (come precisa liricamente la casa editrice) e sovra-coperta. Le pagine sono stampate a colori su carta arcoprint da (ben) 120 grammi. La tiratura, naturalmente, è limitata: solo 300 le copie in commercio. Allegato al volume, prefatto da Antonio Pascalee illustrato da Ruggero Savinio (Premio de Sica nel 20107 nonché nipote di De Chirico), l’edizione è corredata da un Cd con letture eseguite da Luca Micheletti, già premio internazionale Pirandello per meriti in campo teatrale.

“È il romanzo che apre il Novecento e anticipa tutti i temi che segneranno il percorso artistico del secolo – si legge in sinossi –  l’identità molteplice, il desiderio di fuga e di riscatto, l’illusione di poter cambiare radicalmente vita liberandola dalle pressioni sociali. L’acutezza psicologica del romanzo, del 1904, è in grado di denunciare l’inevitabile fragilità del sogno, sempre attuale, di inscenare vite artificiali e virtuali. Come indica Antonio Pascale nella sua ironica e illuminante lettura, questo intramontabile dramma esistenziale di Pirandello può essere inteso come una mappa universale dei sentimenti umani e un grido d’allarme lanciato per la nostra epoca”.


Il fu Mattia Pascal. Con CD-Audio
Luigi Pirandello
Illustratore: R. Savino
Editore: ED-Enrico Damiani Editore
Collana: Gli unici
Anno edizione: 2017
EAN: 9788899438159


Crediamo sia già stata notata, da parte pochi lettori che ci seguono con fedeltà, la passione di questo blog verso mappe, atlanti e altre forme di rappresentazione dello spazio su carta. Anche oggi che scriveremo di un romanzo non abbiamo resistito alla tentazione di leggerlo come una mappa fitta di rimandi e richiami successivi. Una specie di mappa del tesoro. O, ancor meglio, la mappa di un labirinto.

Primo elemento: la copertina. Semplice, in monocromo, con un’illustrazione tratta dall’incisione di un pesce. Una carpa, in particolare. Talmente semplice che tradisce immediatamente il design minimale tipico delle collane più prestigiose. Eppure, della sua collana, questo è ancora il primo volume.

Se però l’autore del libro è Giovanni Mariotti – quel Giovanni Mariotti autore di quella “Storia di Matilde”(Adelphi) che Pietro Citati ha battezzato, all’uscita, nel 2003, il più bel romanzo italiano che sia stato scritto negli ultimi vent’anni – e la casa editrice la Franco Maria Ricci,allora la via d’uscita non tarderà a rivelarsi: la scelta della cover è senza dubbio un omaggio alla meravigliosa collana di cui Mariotti è stato curatore e anche autore: la Biblioteca Blu, “biblioteca” che oggi è una meravigliosa collezione di opere rare fra cui spiccano testi di Diderot, de Balzac, Gozzano e di Borges. Proprio quel Borges cui molto si deve, per ammissione dello stesso Franco Maria Ricci, se la provincia di Parma può oggi vantare il Labirinto della Masone, il più grande esistente, composto interamente di piante di bambù (in totale sono circa 200 mila).

E poiché la collana della quale “La carpa del sogno”  è capostipite è stata battezzata “Il Labirinto Scritto”, ecco che il cerchio sembra chiudersi dentro un orizzonte dove nulla è lasciato al caso. Tantomeno la scelta della tiratura, limitata a 1000 copie, o del titolo e dell’illustrazione, che ci rimandano all’Oriente, al Giappone e a una tradizione spirituale in cui si compendia il senso profondo, ultimo e radicale di una vita intera. La vita di chi, per sua stessa ammissione, “non sa l’inglese, non sa nuotare, non sa ballare, non sa guidare l’automobile, non è mai salito in aereo”. Un uomo anti-moderno per vocazione e non per spinta ideologica.




Quanto c’è di auto-biografico, viene allora da chiedersi, nel protagonista Kogi? “Eremita, pittore di pesci e anche pesce, sia pure per il tempo di una reincarnazione breve e con diritto di recesso, ripropone in modo nuovo l’antica  Via dei solitari, dei rinuncianti”. C’è molto, dei grandi testi taoisti, in questo personaggio desideroso di vivere ai margini, che ha imparato a non dare troppa importanza alle cose e, soprattutto, a se stesso: “Il sommo bene è come l’acqua che benefica ogni cosa e non contende con nessuno. Fluisce nei posti bassi che gli altri disdegnano e cosi è vicina al Tao”, recita il Tao Te Ching di cui è nota l’apologia dell’acqua.

E l’acqua, non a caso, è il grande fil rouge anche di questo libro che ruota intorno alla metafora della Carpa, potente simbolo della tradizione giapponese: trovandosi sul tagliere in attesa di essere mutilata ed uccisa, essa non si muove ma rimane impassibile, fiera, ricordando l’atteggiamento dei samurai in attesa dell’esecuzione. Una leggenda cinese narra la risalita di una carpa lungo il Fiume Giallo, per arrivare poi alla Porta del Drago, superata la quale si trasforma in un dragone ed acquisisce il dono dell’ immortalità. Trasformazione, metamorfosi, realizzazione.




“Una volta Chuang-tzu sogna di essere una farfalla, una farfalla che svolazza, che si sentiva libera e che ignora l’esistenza di Chuang-tzu. Improvvisamente si risveglia, ed è nuovamente Chuang-tzu. A quel punto, però, non è più in grado di sapere è stato Chuang-tzu a sognare di essere una farfalla o se è stata una farfalla a sognare di essere Chuang-tzu”. La carpa Kogi è la farfalla-Chuang Tzu, la vita che – abbandonata ogni rigidità e attaccamento – si riconosce come attività sognante, soffio eterno che fluisce libero da una forma all’altra: pretendendo di fermarlo, di arrestarlo, di fissarlo, lo perdiamo, e in luogo della nostra essenza ci specchiamo in un ego sofferente e mutilato. E questa non è solo la lezione di un libro, ma l’unica lezione che in quanto uomini e donne non possiamo fare a meno di imparare.


La carpa del sogno. Ediz. limitata
Giovanni Mariotti
Editore: Franco Maria Ricci
Collana: Il labirinto scritto
Anno edizione: 2017
Pagine: 302 p., Brossura
EAN: 9788894153330


Le associazioni, in psicanalisi, vogliono sempre dire qualcosa. E  vorrà quindi dire qualcosa se, leggendo la parola “fiaba”, la mente corre immediatamente al capitoletto di un vecchio saggio di Umberto Galimberti, uscito nel 1992: “Idee: il catalogo è questo”, una rielaborazione di articoli apparsi sul Supplemento Domenicale de Il Sole 24 ore.

Alla voce Fiaba, appunto, Galimberti attacca la convinzione che le fiabe siano educative e denuncia “l’inganno della letteratura infantile che sembra inventata apposta per tenere il bambino più lontano dalla realtà della vita, quasi che non fosse stato generato per questa realtà ma per un’altra”. Non sempre, nella vita, il cacciatore arriva a liberarci dal ventre del lupo, non sempre per ogni bella addormentata o per una Cenerentola c’è un principe, e se “i sostenitori della fiabe ritengono positivo raccontare storie dove il protagonista trionfa perché la fragile personalità infantile trova una compensazione ai suoi stati depressivi e di paura”, beh, “una storia di sentimenti reali come capita a ognuno di noi, nei nostri giorni d’amore o di paura, potrebbe mettere subito i bambini in compagnia degli uomini, invece che delle streghe, delle fate, degli orchi”.




La domanda cruciale, prosegue il filosofo, è se queste favole le raccontiamo ai bambini o le raccontiamo a noi. Domanda niente affatto peregrina, se si pensa che i fratelli Grimm non erano certo scrittori di libri per bambini, ma studiosi di cultura popolare. Folcloristi che censivano storie raccontate da adulti ad altri adulti e trasmesse poi ai bambini che prestavano ascolto, forse un po’ spaventati, a quanto si narrava intorno al focolare. E sia, dunque. Continua a leggere

Il 2017 ha visto uscire per i tipi de I Millenni di Einaudi tre nuove opere da collezione: la canzone napoletana di Roberto de Simone, il saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni di Voltaire e, soprattutto, I libri di Oz, la raccolta delle traduzioni e delle antologizzazioni dei 14 romanzi ambientati nel meraviglioso mondo di Baum. La traduzione è stata curata dall’attrice e drammaturga Chiara Lagani, le illustrazioni da Mara Cerri.

Se l’attenzione al fiabesco è uno dei tratti salienti di questa collana che diede alle stampe Fiabe Italiane di Calvino, la scelta di pubblicare in un solo volume l’intero ciclo dei libri di Oz rende un servigio ineguagliabile al rapporto fra la cultura italiana e l’articolato universo del “fantastico”.

L’opera concepita da Einaudi omaggia la prima edizione de “Il meraviglioso mago di Oz”, quella che la critica ritiene essere capostipite del filone fiabesco americana. Abbiamo accennato alle illustrazioni, una prestigiosa costante di questa collana. Una costante che, nel caso dei “Libri di Oz” assolve un ruolo centrale.




Perché nella prima edizione, illustrata da W.W. Denslow con 24 tavole a colori più le figure inserite come sottofondo del testo – coi colori cangianti a ogni capitolo secondo un gioco di corrispondenze in cui nulla è lasciato al caso – parole e immagini si intrecciano in un arazzo perfetto.

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