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Insieme agli indubbi benefici che porta con sé, la modernità ci chiede di pagare un prezzo che molti conoscono bene. Ci riferiamo ai disturbi legati allo stress e all’ansia, quando non al panico vero e proprio, disagi tipici di una società competitiva dove ci è richiesta rapidità di pensiero e d’esecuzione, i punti di riferimento famigliari e affettivi sono sempre più precari, la nostra identità e le nostre sicurezze appaiono sempre più “liquide”.

Per la maggior parte delle persone calma, serenità e pace sono miraggi per cui si è disposti a pagare caro: sedute psicoterapeutiche, corsi di yoga e meditazione, vacanze comprensive di percorsi benessere vanno per la maggiore, sul mercato dei servizi alla persona, dove vengono spesso promossi con eleganti grafiche in cui, a farla da padrone,è un colore: il blu.




E’ questa la prima chiave di lettura a cui abbiamo collegato la lezione di Michel Pastoreau, un intellettuale che si è inventato un mestiere davvero curioso, lo storico dei colori. Nel suo bestseller “Blu”, Pastoureau rileva come a differenza del passato in cui veniva associato a gusti barbari e mantenuto ai margini della gamma cromatica, questi sia oggi il colore preferito in tutta Europa. La notizia è che questo bel libro firmato “Ponte alle Grazie”, da tempo disponibile solo in un’algida versione privo di corredo visivo, è stata finalmente oggetto di una nuova edizione illustrata. Un gioiellino molto atteso dai lettori di Pastoureau, che offre un punto di vista insolito sulla storia europea.

E’ noto, a chi mastica un po’ di cromterapia, che il blu è il colore della calma e della serenità d’animo, in grado di pacificare il sistema nervoso, la pressione e il battito cardiaco. Un colore moderno, dunque, in linea col nostro stile di vita e coi bisogni più profondi di noi uomini d’oggi. Ora, che il nostro subconscio elabori strategie di resistenza agli urti cui siamo sottoposti orientandoci nella scelta dei colori, non sorprende né, crediamo, può dirsi una tesi lontana da quella dello stesso Pastoreau, e cioè che la storia del colore in generale – e dunque quella di ogni colore in particolare – è essenzialmente una storia sociale.

Muovendo dalla tintura tramite guado europeo e l’indaco americano, dalla pittura con il lapislazzuli e l’azzurrite, dalla veste della Vergine Maria e dalla nascita, nel 1709, del cosiddetto “Blu di Berlino” (il Blu di Prussia), grazie all’incontro tra un droghiere e uno speziale mariuolo, lo storico transalpino ci conduce nel cuore della Rivoluzione Francese, del Romanticismo – di cui la giubba del giovane Werther di Goethe è uno dei simboli più pregnanti – e, naturalmente, dentro il cuore della nostra epoca: del suo costume – a partire dai blu jeans – e della musica, col “blues” e il suo carico di inquietudine e magia.




Per capire la modernità e per scorgerne il cammino in controluce, è quindi sufficiente ripercorrere la semplice vicenda di un colore? Almeno in parte sì, a patto che si comprenda che la fortuna di un colore non è un fatto semplicemente estetico o psicologico, ma innanzitutto culturale. Se attraverso i colori possiamo comprendere le persone e i loro bisogni, a maggior ragione – aguzzando la vista – possiamo capire una società intera e le sue tendenze profonde.


Blu. Storia di un colore. Ediz. a colori
Michel Pastoureau
Traduttore: F. Ascari
Editore: Ponte alle Grazie
Anno edizione: 2018
Pagine: 214 p., ill. , Brossura
EAN: 9788868337988


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A poco meno di un mese dalle elezioni italiane, un libro dato alle stampe qualche anno fa torna di stretta attualità. Abbiamo verificato se nel frattempo il panorama editoriale italiano avesse prodotto qualcosa di meno datato, ma con esito negativo.

“L’Arte del Manifesto Politico 1914-1989. Ondate Rivoluzionarie”, curato da Jeffrey T. Schnapp ed edito da Skyra nel 2005, è ancora un capolavoro insuperato. Si tratta del catalogo di una mostra che si è svolta a Stanford fra il 14 settembre e il 31 dicembre 2005 – e a Miami Beach dal 24 febbraio al 25 giugno 2006 – incentrata sulla collezione di 200 manifesti politici di proprietà della Stanford University, datati fra la prima guerra mondiale e la caduta del muro di Berlino.




Il taglio del volume ha il merito di richiamarci alla realtà: i manifesti che tappezzano le nostre città in questi giorni, come quelli di cui rappresentano gli epigoni post-moderni, non si rivolgono a noi. O meglio, non si rivolgono a quella parte di noi, autocosciente, in cui tendiamo normalmente a identificarci. Piuttosto, i manifesti politici si rivolgono a noi come uomini-massa, come atomi di un magma collettivo, di un “attore politico” che non risponde agli imperativi della ragione ma a un ordine di natura simbolica; un ordine che abita il nostro subconscio e che, pur al variare dei contesti storici, culturali e artistici, risponde agli stessi stimoli.



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Globalizzazione: ciò che di più minaccioso mena questa parola, entrata nel linguaggio comune a cavallo del nuovo millennio, ha a che fare con la geografia. E’ infatti curioso che il declino di una materia così nobile, che pian piano sta uscendo di scena da qualsiasi scuola di ordine e grado per consegnarsi a una piccola nicchia di specialisti, coincida con l’avvento di un mondo sempre più interconnesso e interdipendente. Un mondo disincantato, dal perimetro sempre più ristretto, che pensiamo ormai di conoscere per presa diretta.

Sorta sotto l’egida di aziende come McDonald’s e Nike, la globalizzazione è diventata via via parte integrante della nostra vita: non solo il nostro modo di mangiare o di vestirsi è sempre più uniforme e omologato, ma anche il nostro modo di comunicare, di interagire, di lavorare e di viaggiare appaiono pressoché identici. Oggi viaggiamo, come mai prima. Il paradosso è che maggiore è la nostra capacità di spostarci, minori le ragioni che dovrebbero spingerci a farlo: la scoperta di un Altrove, di luoghi altri e distanti da noi, dalla nostra quotidianità, dal nostro “way of life”, appare una possibilità sempre più remota, a malapena utilizzata – con qualche imbarazzo – dalle agenzie di viaggio per spingerci a mettere il naso fuori di casa.




Dobbiamo ammetterlo: mai come oggi la Terra è stata così piatta, da Oriente a Occidente. Mai come oggi appare una vera impresa riuscire a cogliere il “genius loci” delle mete verso le quali ci indirizziamo, e per farlo dobbiamo spesso visitare musei (anche a cielo aperto, come i centri storici delle città) che certificano la morte e il superamento dei mondi precedenti, con le loro specificità e contraddizioni. Se esistesse una guida ai luoghi più bizzarri e misteriosi al mondo, se esistesse ancora un libro capace di convincerci che sotto la cenere cova ancora bellezza, magia e diversità, non c’è dubbio: avrebbe un successo planetario. Continua a leggere

Il libro si intitola così: “Rivoluzione Langosteria”, tradotto in un’avvolgente tipografia classica che si espande rovesciata – a simboleggiare lo sconvolgimento dell’ancien regimè culinario – su tutta la superficie di copertina. Si potrebbe però parlare anche di “contro-rivoluzione”, atteso che la strategia che ha portato questo marchio milanese a divenire punto di riferimento del “fine dining” assomiglia più a una reazione della sostanza nei confronti dell’apparenza, della concretezza in opposizione alla società dello spettacolo applicata al palato.




Autrice – per Rizzoli – è Roberta Schira, la critica gastronomica “laureatasi” alla scuola di Claude Sadler, firma del best seller La gioia del riordino in cucina: Cambia la tua vita partendo dal cuore della casa, che per la prima volta si è dovuta confrontare con un case history davvero singolare: nessuno chef guru, nessun personaggio da reality show, nessuna personalizzazione di una proposta che, piuttosto, scommette sul lavoro di squadra, sulla perfetta sincronicità del servizio e, soprattutto, su una qualità del prodotto che non deve conoscere rivali.




Unicità, esclusività, ricerca della perfezione. Gli ingredienti per un volume da collezione ci sono tutti, così come gli spunti narrativi che rendono Rivoluzione Langosteria una sorta di appassionante biografia dal ritmo al contempo veloce e introspettivo: perché, dietro la scalata che ha portato questo marchio a essere il miglior ristorante di pesce a Milano e forse in Italia, un regista c’è: si chiama Enrico Buonocore, ha 42 anni ed è quel che si dice un self made man, un operaio che in meno di 10 anni ha creato una delle più importanti “griffe” del panorama meneghino.

Enrico Buonocore, da Rivoluzione Langosteria

Nelle 214 pagine dalla grafica raffinata, fitte di illustrazioni, foto e ricordi (con le 12 ricette più rappresentative del food design di “Lango”), la Schira sviscera i segreti dell’ascesa di un brand da 18 milioni di fatturato all’anno, 160 dipendenti, una media di 660 coperti al giorno e 5 indirizzi.

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