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Contrasto

Basterebbe il primo dei tue termini in cui si articola il titolo, “Magnum”, per capire che questo è uno dei più importanti volumi da collezione dati alle stampe nel 2017, e che destinare ad esso uno spazio consono nella propria libreria è del tutto doveroso. Poi, però, l’occhio cade su quel secondo sostantivo, “Manifesto”, che appare quantomeno curioso considerata la sua natura celebrativa e non programmatica, e le ragioni per acquistarlo si moltiplicano sull’onda di questo straordinario merito: spingere a interrogarsi sulla carica ideologica della fotografia come arte (e come strumento giornalistico) nell’era dei Social Network; un’era che rende al contempo tanto attuale quanto anacronistica, tanto essenziale quanto demodè Magnum Photos, la mitica agenzia fotografica di cui il volume racconta i primi settanta anni di vita.




Fondata nel 1947 da Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger e William Vandivert, Magnum Photos ha prodotto alcuni fra i più importanti e drammatici reportage del novecento: in Vietnam, in India ai tempi della carestia, fra i minatori boliviani e fra i movimenti per i diritti civili, solo per portare alcuni esempi.

Curato da Clément Chéroux con la collaborazione di Clara Bouveresse, il libro (che assomma 416 pagine riccamente illustrate e che in Italia è edito dalla casa editrice Contrasto) attinge all’archivio di Magnum per sottolineare gli ideali di libertà, uguaglianza e universalismo che emersero dopo la Seconda guerra mondiale, ma anche la crescente frammentazione e disuguaglianza globale testimoniata dalle sottoculture, dalle minoranze e dagli esclusi. Sullo sfondo, le diverse forme espressive con cui i fotografi di Magnum hanno catturato i cambiamenti del mondo e dei pericoli che incombono su di esso. Pericoli che, oggi, chiamano direttamente in causa la fotografia: perché, al tempo dei social network, che ne è della fotografia come arte e vocazione, marginalizzata dalla produzione bulimica di immagini filtrate e catapultate sui social media per essere digerite da algoritmi che tutto possono fare, meno interrogarsi sul “senso” e sul destino dell’informazione?

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