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Franco Maria Ricci

In questa storia c’è qualcosa di arcano e di misterioso. Meglio, di arcaico. Qualcosa che sfugge. Qualcosa che proviene dalla notte dei tempi, che trascende l’immaginazione ma che, senza dubbio, è il motore ispiratore di questa mostra e del relativo catalogo.

Forse lo coglie, echeggiando Heinrich  Heine, Franco Maria Ricci, che questa esposizione ha voluto e portato nel suo Labirinto della Masone, a Fontanellato (Pr), il più grande labirinto esistente composto da 200 mila piante di bambù.

Spero che molti visitatori, guardando i feticci del mondo parallelo immaginato da Marco Barina, proveranno l’emozione di un riaccostamento a dèi, a culture, ad archetipi che esistevano già – ma come brocante dimenticata – nelle soffitte o nelle cantine della loro mente.

Ci sarà tempo fino al 10 giugno (info sulla mostra) per visitare “Il Museo di Pangea”, l’esposizione simil-etnografica dedicata a 70 “assemblages” di questo artista romano, Marco Barina, già marketing manager del Gruppo L’Espresso, che nel corso di un decennio ha battuto palmo palmo il mercato delle pulci di Porta Portese, mercatini e botteghe di rigattiere recuperando chincaglierie e cianfrusaglie: ciotole, cucchiai, chiavistelli, zuccheriere, grattugie, reperti di una modernità trasposta, creativamente, fra il Paleozoico e il Meseozoico, quando la Terra emersa formava un unico continente.

In questa unità geologica si misura, crediamo, l’aspirazione a un’universalità di cui solo l’arte può farsi carico: idoli, pali totemici, feticci, maschere e urne cinerarie prevalentemente in legno, che lasciano supporre ritrovamenti di perdute civiltà ma che sono interamente generate dall’estro di Barina, rivelano un linguaggio artistico omogeneo. L’attività di esplorazione e di ricerca degli oggetti diventa metafora di una dimensione perduta, individuazione estetica di un punto d’ancoraggio fra molteplicità e unità, essere e divenire.

“Goethe parlò di letteratura mondiale, Weltliteratur; nel caso di Barina – scrive Giovanni Mariotti (autore di quella “Storia di Matilde” che Pietro Citati ha battezzato, all’uscita, nel 2003, il più bel romanzo italiano che sia stato scritto negli ultimi vent’anni ), che insieme ad Anna Mattirolo ha curato i testi della Guida – si potrebbe parlare di arte mondiale, Weltkunst.” Quarantotto pagine riccamente illustrate fanno di questo catalogo, disponibile rilegato o in brossura, uno strumento tanto suggestivo quanto agile.

 



Museo di Pangea. Le civiltà immaginarie di Marco Barina. Ediz. italiana e inglese
Giovanni Mariotti,Anna Mattirolo,Franco Maria Ricci
Traduttore: S. Notini A. Valca
Editore: Franco Maria Ricci
Anno: 2018
Pagine: 48 p., ill. , Rilegato
EAN: 9788894340907


Crediamo sia già stata notata, da parte pochi lettori che ci seguono con fedeltà, la passione di questo blog verso mappe, atlanti e altre forme di rappresentazione dello spazio su carta. Anche oggi che scriveremo di un romanzo non abbiamo resistito alla tentazione di leggerlo come una mappa fitta di rimandi e richiami successivi. Una specie di mappa del tesoro. O, ancor meglio, la mappa di un labirinto.

Primo elemento: la copertina. Semplice, in monocromo, con un’illustrazione tratta dall’incisione di un pesce. Una carpa, in particolare. Talmente semplice che tradisce immediatamente il design minimale tipico delle collane più prestigiose. Eppure, della sua collana, questo è ancora il primo volume.

Se però l’autore del libro è Giovanni Mariotti – quel Giovanni Mariotti autore di quella “Storia di Matilde”(Adelphi) che Pietro Citati ha battezzato, all’uscita, nel 2003, il più bel romanzo italiano che sia stato scritto negli ultimi vent’anni – e la casa editrice la Franco Maria Ricci,allora la via d’uscita non tarderà a rivelarsi: la scelta della cover è senza dubbio un omaggio alla meravigliosa collana di cui Mariotti è stato curatore e anche autore: la Biblioteca Blu, “biblioteca” che oggi è una meravigliosa collezione di opere rare fra cui spiccano testi di Diderot, de Balzac, Gozzano e di Borges. Proprio quel Borges cui molto si deve, per ammissione dello stesso Franco Maria Ricci, se la provincia di Parma può oggi vantare il Labirinto della Masone, il più grande esistente, composto interamente di piante di bambù (in totale sono circa 200 mila).

E poiché la collana della quale “La carpa del sogno”  è capostipite è stata battezzata “Il Labirinto Scritto”, ecco che il cerchio sembra chiudersi dentro un orizzonte dove nulla è lasciato al caso. Tantomeno la scelta della tiratura, limitata a 1000 copie, o del titolo e dell’illustrazione, che ci rimandano all’Oriente, al Giappone e a una tradizione spirituale in cui si compendia il senso profondo, ultimo e radicale di una vita intera. La vita di chi, per sua stessa ammissione, “non sa l’inglese, non sa nuotare, non sa ballare, non sa guidare l’automobile, non è mai salito in aereo”. Un uomo anti-moderno per vocazione e non per spinta ideologica.




Quanto c’è di auto-biografico, viene allora da chiedersi, nel protagonista Kogi? “Eremita, pittore di pesci e anche pesce, sia pure per il tempo di una reincarnazione breve e con diritto di recesso, ripropone in modo nuovo l’antica  Via dei solitari, dei rinuncianti”. C’è molto, dei grandi testi taoisti, in questo personaggio desideroso di vivere ai margini, che ha imparato a non dare troppa importanza alle cose e, soprattutto, a se stesso: “Il sommo bene è come l’acqua che benefica ogni cosa e non contende con nessuno. Fluisce nei posti bassi che gli altri disdegnano e cosi è vicina al Tao”, recita il Tao Te Ching di cui è nota l’apologia dell’acqua.

E l’acqua, non a caso, è il grande fil rouge anche di questo libro che ruota intorno alla metafora della Carpa, potente simbolo della tradizione giapponese: trovandosi sul tagliere in attesa di essere mutilata ed uccisa, essa non si muove ma rimane impassibile, fiera, ricordando l’atteggiamento dei samurai in attesa dell’esecuzione. Una leggenda cinese narra la risalita di una carpa lungo il Fiume Giallo, per arrivare poi alla Porta del Drago, superata la quale si trasforma in un dragone ed acquisisce il dono dell’ immortalità. Trasformazione, metamorfosi, realizzazione.




“Una volta Chuang-tzu sogna di essere una farfalla, una farfalla che svolazza, che si sentiva libera e che ignora l’esistenza di Chuang-tzu. Improvvisamente si risveglia, ed è nuovamente Chuang-tzu. A quel punto, però, non è più in grado di sapere è stato Chuang-tzu a sognare di essere una farfalla o se è stata una farfalla a sognare di essere Chuang-tzu”. La carpa Kogi è la farfalla-Chuang Tzu, la vita che – abbandonata ogni rigidità e attaccamento – si riconosce come attività sognante, soffio eterno che fluisce libero da una forma all’altra: pretendendo di fermarlo, di arrestarlo, di fissarlo, lo perdiamo, e in luogo della nostra essenza ci specchiamo in un ego sofferente e mutilato. E questa non è solo la lezione di un libro, ma l’unica lezione che in quanto uomini e donne non possiamo fare a meno di imparare.


La carpa del sogno. Ediz. limitata
Giovanni Mariotti
Editore: Franco Maria Ricci
Collana: Il labirinto scritto
Anno edizione: 2017
Pagine: 302 p., Brossura
EAN: 9788894153330