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Globalizzazione: ciò che di più minaccioso mena questa parola, entrata nel linguaggio comune a cavallo del nuovo millennio, ha a che fare con la geografia. E’ infatti curioso che il declino di una materia così nobile, che pian piano sta uscendo di scena da qualsiasi scuola di ordine e grado per consegnarsi a una piccola nicchia di specialisti, coincida con l’avvento di un mondo sempre più interconnesso e interdipendente. Un mondo disincantato, dal perimetro sempre più ristretto, che pensiamo ormai di conoscere per presa diretta.

Sorta sotto l’egida di aziende come McDonald’s e Nike, la globalizzazione è diventata via via parte integrante della nostra vita: non solo il nostro modo di mangiare o di vestirsi è sempre più uniforme e omologato, ma anche il nostro modo di comunicare, di interagire, di lavorare e di viaggiare appaiono pressoché identici. Oggi viaggiamo, come mai prima. Il paradosso è che maggiore è la nostra capacità di spostarci, minori le ragioni che dovrebbero spingerci a farlo: la scoperta di un Altrove, di luoghi altri e distanti da noi, dalla nostra quotidianità, dal nostro “way of life”, appare una possibilità sempre più remota, a malapena utilizzata – con qualche imbarazzo – dalle agenzie di viaggio per spingerci a mettere il naso fuori di casa.




Dobbiamo ammetterlo: mai come oggi la Terra è stata così piatta, da Oriente a Occidente. Mai come oggi appare una vera impresa riuscire a cogliere il “genius loci” delle mete verso le quali ci indirizziamo, e per farlo dobbiamo spesso visitare musei (anche a cielo aperto, come i centri storici delle città) che certificano la morte e il superamento dei mondi precedenti, con le loro specificità e contraddizioni. Se esistesse una guida ai luoghi più bizzarri e misteriosi al mondo, se esistesse ancora un libro capace di convincerci che sotto la cenere cova ancora bellezza, magia e diversità, non c’è dubbio: avrebbe un successo planetario. Continua a leggere

William Sloane Kennedy, uno dei suoi amici più cari, vaticinò che, “un giorno, le persone celebreranno la nascita di Walt Whitman così come oggi celebrano la nascita di Cristo“. Per capire quanto ci sia di vero in questa profezia basterà attendere solo due anni: nel 2019 ricorreranno infatti i 200 anni dalla nascita di colui che fu, probabilmente, il più grande poeta americano. Di certo il più audace, intellettualmente parlando. Un poeta capace di sconvolgere la metrica e la rima tradizionali e di inaugurare una nuova era letteraria nel mondo anglosassone, di cui fu il primo cantore moderno.

Io canto l’individuo, la singola persona, | al tempo stesso canto la Democrazia, la massa. || L’organismo, da capo a piedi, canto, | la semplice fisionomia, il cervello da soli non sono degni della Musa: la Forma integrale ne è ben più degna, | e la Femmina canto parimenti che il Maschio. | Canto la vita immensa in passione, pulsazioni e forza, | lieto, per le più libere azioni che sotto leggi divine si attuano, | canto l’Uomo Moderno.

Vi anticipiamo questo anniversario perché nel 2017, fedeli a una linea autarchica e auto-referenziale, o forse a un dialogo serratamente esoterico fra sé e il proprio pubblico, la Mondadori ha dato alle stampe, per i tipi de “I Meridiani”, Foglie d’Erba in edizione bilingue, tradotta e curata da Mario Corona.

L’edizione, ovviamente rilegata secondo il canone della collana, nave ammiraglia della Mondadori, riporta in auge tutta “la carica esplosiva, la sensualità, l’innovazione linguistica e la pluralità di registri dispiegati nella voce di un animo tormentato e sempre sfuggente”.

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