Taschen Archivi - Bei Libri

Taschen

“Quando uno contempla, non si volge col pensiero indietro su sé stesso, ma possiede sé stesso e volge la sua attività all’oggetto, diventa anzi l’oggetto stesso, offrendo sé stesso, diciamo così, quale materiale, lasciandosi plasmare dall’oggetto contemplato”. Risalendo a queste parole di Plotino si acquista la giusta misura di questa impresa editoriale che è, al contempo, una missione esistenziale, una ricerca, una presa di coscienza, una raccolta, una mappatura. Una vita intera, insomma. La vita, per l’esattezza, di Thomas C. Laird, scrittore e fotografo americano che a soli 18 anni fece una di quelle scelte che dividono gli uomini.

Chi sopravvive da un lato, chi vive dall’altro. Laird scelse di “vivere” e di lasciare gli Stati Uniti viaggiando via terra, da solo, dall’Europa al Nepal. Dopo aver documentato la rivoluzione iraniana, si è stabilito a tempo pieno a Kathmandu, dove ha lavorato come fotografo, giornalista e… Guida himalayana. Facendo una breve ricerca su di lui nelle principali librerie online, compare questo volume non tradotto in italiano, “The Story of Tibet: Conversations with the Dalai Lama”, che dà il la a un lavoro di ricerca fra altissime montagne innevate, profonde vallate e sconfinati deserti, lì dove si celano i più grandi tesori della cultura buddhista e dell’eredità tibetana: gli affreschi murali, vere e proprie opere d’arte che si sviluppano su muri larghi anche 10 metri, scrigni di sapienza in forma iconica.

Il frutto di questo lavoro, meravigliose stampe anche a grandezza naturale di paradisi, inferni, pantheon variamente composti, è stato oggetto di mostre ed esposizioni che non potevano passare inosservate a una casa editrice che dei capolavori editoriali ha fatto la propria ragion d’essere, costi quel che costi (e questa volta è proprio il caso di sottolinearlo).

Ne è emerso un monumentale volume “Sumo” di dimensioni pari a 50 x 70 cm, impreziosito da Setalux (tessuto in filamento di viscosa con costruzione di ben 43 fili in ordito e 23 in trama) con 6 pagine pieghevoli e persino un leggio modulare disegnato da Shigeru Ban (premio Pritzker nel 2014). Le immagini, riprodotte a una risoluzione stupefacente, sono stampate in cinque colori, compreso l’oro. Ca va sans dire, l’edizione è limitata (81-998) e ogni copia è firmata da Sua Santità il VIV Dalai Lama, che in questi patrimoni dell’umanità ha più volte invitato a non vedere solo oggetti d’arte, ma vere e proprie stelle polari per chiunque cerchi di portare maggiore consapevolezza spirituale nella propria vita. Signore e signori, ecco a voi “Murals of Tibet”.


Murals of Tibet. Ediz. limitata
Thomas Laird
Editore: Taschen
Collana: Collector’s edition
Anno edizione: 2018
Pagine: 528 p., ill. , Rilegato
EAN: 9783836533126


Tutto ebbe inizio durante alcuni viaggi per conto dell’Organizzazione Mondiale del Caffè, con la quale collaborava. Erano gli anni 70. Il 1973, per la precisione. Fu allora che Sebastiao Salgado ebbe la “vocazione” che di lì a poco lo avrebbe reso uno dei più grandi fotografi della nostra epoca: il bisogno di testimoniare, di portare a conoscenza, per mezzo delle immagini, ciò che la maggior parte delle persone non oserebbe toccare con mano: guerra, carestia, malattia, intervallate da una Natura potente e inflessibile, sublime e altera.




Questa missione non poteva che incrociare il proprio destino con quello dell’Africa e delle popolazioni più povere e diseredate che abitano il continente-culla della nostra specie, che magneticamente ci attrae a sé tanto quanto ci respinge per le sue contraddizioni. Nell’arco di 30 anni Salgado realizzerà oltre 40 reportage in queste terre: dalle tribù dinka del Sudan agli Himba della Namibia ai gorilla e ai vulcani della regioni dei grandi Laghi fino alle ondate di rifugiati, Salgado diventerà uno dei più grandi testimoni di una storia che Taschen – e chi se no? – nel 2007 ha raccolto in un’antologia di oltre 300 pagine arricchite dai testi della moglie, Lelia Salgado, e dello scrittore mozambicano Mia Couto, autore di Terra Sonnambula, certamente uno dei migliori dieci libri africani pubblicati nel XX secolo.




La notizia è che il volume è ora disponibile in una versione più economica ma non meno preziosa. Nell’era della post-fotografia, “nella quale abitiamo l’immagine nella stessa misura in cui essa ci abita – parole di Joan Fontcuberta, splendido autore di La furia delle immagini– e in cui le nozioni di originalità e proprietà, di verità e memoria si dissolvono inesorabilmente”, il lavoro di Salgado risale plastico dal vortice di questa infernale iconosfera per restituirci quel distacco e quell’ obiettività che rendono l’empatia dell’osservatore naturale, istintiva, solida, mai artificiosa , violenta o evanescente.

Ed è quella stessa empatia che possiamo sperimentare di fronte al primo grande lavoro di Salgado, “La mano dell’uomo”, il grande omaggio reso alla condizione dei lavoratori e in particolare dei minatori, di chi gioca la propria esistenza fra luce e tenebre, bianco e nero, in un perenne sali e scendi fra la vita e la morte.

Firmato da Taschen è anche un’altra opera monumentale di Salgado: Genesi, il risultato di un viaggio condotto in lungo e in largo per il Pianeta alla ricerca dell’ “incontaminato”, di quei luoghi dove le immagini evocano ancora tutta la bellezza e la potenza della Creazione.


Africa. Ediz. multilingue
Sebastião Salgado
Curatore: L. W. Salgado, M. Couto
Editore: Taschen
Collana: Fotografia
Anno edizione: 2018
Pagine: 326 p., ill. , Rilegato
EAN: 9783822856222



Cerchi Africa di Sebastiao Salgado nella prima edizione deluxe?

Le associazioni, in psicanalisi, vogliono sempre dire qualcosa. E  vorrà quindi dire qualcosa se, leggendo la parola “fiaba”, la mente corre immediatamente al capitoletto di un vecchio saggio di Umberto Galimberti, uscito nel 1992: “Idee: il catalogo è questo”, una rielaborazione di articoli apparsi sul Supplemento Domenicale de Il Sole 24 ore.

Alla voce Fiaba, appunto, Galimberti attacca la convinzione che le fiabe siano educative e denuncia “l’inganno della letteratura infantile che sembra inventata apposta per tenere il bambino più lontano dalla realtà della vita, quasi che non fosse stato generato per questa realtà ma per un’altra”. Non sempre, nella vita, il cacciatore arriva a liberarci dal ventre del lupo, non sempre per ogni bella addormentata o per una Cenerentola c’è un principe, e se “i sostenitori della fiabe ritengono positivo raccontare storie dove il protagonista trionfa perché la fragile personalità infantile trova una compensazione ai suoi stati depressivi e di paura”, beh, “una storia di sentimenti reali come capita a ognuno di noi, nei nostri giorni d’amore o di paura, potrebbe mettere subito i bambini in compagnia degli uomini, invece che delle streghe, delle fate, degli orchi”.




La domanda cruciale, prosegue il filosofo, è se queste favole le raccontiamo ai bambini o le raccontiamo a noi. Domanda niente affatto peregrina, se si pensa che i fratelli Grimm non erano certo scrittori di libri per bambini, ma studiosi di cultura popolare. Folcloristi che censivano storie raccontate da adulti ad altri adulti e trasmesse poi ai bambini che prestavano ascolto, forse un po’ spaventati, a quanto si narrava intorno al focolare. E sia, dunque. Continua a leggere

Di lui, William Wordsworth scrisse: “Non c’è dubbio che questo poveraccio fosse pazzo, ma c’è qualcosa nella sua pazzia che attira il mio interesse più dell’equilibrio di Lord Byron e Walter Scott”.

Sottovalutato in vita, destino che lo accomuna a molti altri geni, William Blake viene oggi considerato il più grande artista britannico. Non solo per l’ invenzione dell’incisione a rilievo, ma anche – anzi, soprattutto – per il carattere visionario della sua opera. Il cui atto conclusivo, va detto, non poteva trovar migliore sorte dell’illustrazione della Divina Commedia.

“Lo abbiamo trovato zoppo a letto – racconta Samuel Palmer nel 1824, pochi mesi dopo che Blake ricevette la commissione da parte di John Limmel – Non era inattivo, nonostante i sessantasette anni, ma lavorava sodo su di un letto coperto di libri, sedendo come uno dei patriarchi antichi o un Michelangelo morente”.

L’intento di dare forme e colori al poema dantesco lo terrà impegnato fino al giorno della morte, occorsa il 12 agosto 1827: questo rapporto fitto, intenso, intimo e totale con Dante produrrà 102 illustrazioni fra schizzi e acquarelli, lasciati in diversi stati di elaborazione. L’opera non fu mai pubblicata e le tavole furono poi disperse fra collezionisti privati e musei.




Solo una casa editrice, in Europa, poteva riuscire in un’impresa senza precedenti: raccoglierle e riprodurle a tutto folio (con 10 maxi-immagini pieghevoli) in un volume da collezione, con testi specialistici – tradotti in 5 lingue – a cura dello storico dell’arte Sebastian Schütze e della filologa Maria Antonietta Terzoli. Parliamo, ca va sans dire, di Taschen. La notizia è che quell’edizione, datata 2014, e naturalmente – anzi giustamente, verrebbe da dire – non economica, è stata affiancata ora da un esemplare più agile, posizionato nella collana “Clothbound” insieme alla monografia su Charlotte Salomon e ai “Ritratti di città”.

Debitore del simbolismo pre-raffaelita, precursore del gusto romantico e persino di quello surrealista, Blake è forse il più grande interprete di quello che Alberto Asor Rosa chiama il “visibile parlare” insito nella poesia di Dante:

Ogni qualvolta Dante descrive una situazione, il meccanismo si avvia e rapidamente prende forma. Bastano 2 o 3 versi perché si disegni un mondo dai confini tanto precisi quanto, alla fine, inattingibili

Al pari della Divina Commedia, la creatività di Blake spazia da scene di sofferenza a immagini di luce, da orribili trasfigurazioni umane fino alla perfezione della forma fisica, in un gioco caleidoscopico che non conosce sosta. “L’immaginazione – questo è Blake che parla – non è uno stato mentale: è l’esistenza umana stessa”. Il sospetto, tuttavia, è che il nostro vada ben oltre l’immaginazione, e questo sospetto è confermato dall’idea che, “se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe come è: infinito”.

Non c’è dubbio, Blake traghetta l’immaginazione su un altro piano, a lui più congeniale: quello della visione. Blake non immaginava, vedeva. Cherubini, per lo più. Parliamo di quel genere di visioni che l’opinione comune appoggia sul sottile confine fra misticismo e follia, ma per cui Henry Bergson ha una definizione molto più calzante: quella di intuizione, di “visione dello spirito da parte dello spirito”, capace di trasportare la coscienza su un piano che, a poche ore dalla morte, fra i disegni della Divina Commedia, ispirerà a Blake queste parole, dedicate all’amatissima moglie Kate:

Resta ferma! Esattamente come sei ora. Farò il tuo ritratto, perché per me tu sei stata sempre come un angelo





William Blake. La Divina Commedia di Dante
Sebastian Schütze, M. Antonietta Terzoli
Editore: Taschen
Collana: Clothbound
Anno edizione: 2017
Pagine: 464 p., ill. , Rilegato
EAN: 9783836568647


Il 9 novembre 1989, nel giubilo generale, cadeva il Muro di Berlino. Chi possiede i requisiti anagrafici ha ancora negli occhi le scene di vita festante e felice che seguirono l’abbattimento dell’area di confine, suffragate dalle immagini di repertorio. I più attenti, però, ricorderanno che nemmeno 6 mesi dopo, il 5 maggio 1990, qualcosa era già cambiato nell’umore delle genti dell’Est. Qualcosa lasciava intuire che quella divisione, vissuta e pensata come artificiosa, non era solo geo-politica. O almeno non più. Quaranta lunghi anni non avevano eretto solo un muro. Avevano scavato un solco.




5 maggio 1990. In questa data, i telegiornali mostrarono qualcosa di molto diverso dalle “magnifiche sorti e progressive”: le immagini che giungevano della piazza di Lipsia non erano più immagini di gioia e di speranza. Erano piuttosto immagini di rabbia. Rabbia per la disoccupazione crescente (in pochi mesi si registrarono 3 milioni di disoccupati in più a causa della chiusura degli impianti industriali schiacciati dal crollo della domanda), rabbia per il rincaro degli affitti, rabbia per l’aumento del costo della vita.

Quella che fu chiamata riunificazione, a conti fatti, si stava trasformando in una vera e propria annessione dell’Ovest ai danni dell’Est. E la parola – danni – non è scelta a caso, perché è in questo humus che nacque quel fenomeno senza precedenti che va sotto il nome di Ostalgia: nostalgia dell’Est. Continua a leggere