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Se in questi anni il genere biografico è andato incontro a una notevole fioritura, fino a divenire una sorta di narrativa “no fiction”, l’autobiografia si è insabbiata nel mondo della cultura “pop” arrivando a coincidere con operazioni di marketing di dubbio valore. Va anche detto che la biografia, in genere, è preferibile all’autobiografia, perché ognuno di noi – per ricalcare Frammenti di un Insegnamento Sconosciuto di Petr Ouspensky, che ben si presta all’oggetto di questa recensione – è il più grande mentitore a se stesso.

Ciò che un biografo attento e scrupoloso può dire di noi è certamente più attendibile dei nostri sogni di magnificenza e delle nostre illusioni egoiche. Per scrivere una storia della propria vita che voglia ambire al crisma dell’attendibilità, sono necessarie doti non comuni e una conoscenza di sé che richiede spiccate attitudini interiori: richiede di vivere nel presente, di “ricordarsi di sè”.

Richiede di cogliere la felicità nell’istante anziché perdersi nella nostalgia nel passato o nel vagheggiamento del futuro. Richiede la comprensione del fatto che “Solo il presente è la nostra felicità”, cosa che accade raramente ma che, nel momento in cui occorre, fa sì che un’inusitata potenza espressiva e la capacità di rendere ragione dei propri moti interiori si trasferiscono su carta con singolare potenza e inusuale bellezza. E’ il caso di Goethe e della sua autobiografia giovanile (una delle tre della sua vita), “Dalla mia vita: Poesia e Verità”, che Einaudi ha appena inserito ne “I Millenni”, la propria collana-ammiraglia.

Sono venuto al mondo a Francoforte sul Meno il 28 agosto 1749 al suono delle campane di mezzogiorno. La costellazione era fortunata; il Sole era nella Vergine, al culmine in quel giorno; Giove e Venere gli ammiccavano amichevolmente, Mercurio senza ostilità; Saturno e Marte erano indifferenti; solo la Luna, quasi piena, esercitava la sua forza avversa con maggior intensità perché entrata nella sua ora planetaria. Essa si oppose dunque alla mia nascita, che non poté succedere fin che quell’ora non fu passata. Questi aspetti fortunati, a cui in seguito gli astrologi diedero molta importanza, possono ben essere stati causa della mia conservazione, perché per inabilità della levatrice io venni al mondo come morto, e solo con molti sforzi riuscirono a farmi vedere la luce.”

Da questo incipit che emana eleganza e misura, prende il via un racconto che è amabile conversazione, affabulazione affascinante perché non solenne. La premessa è una lettera, presumibilmente fittizia, nella quale si richiederebbe al poeta, dopo la pubblicazione delle Opere in 12 volumi fra il 1806 e il 1808, di fornire, “inserendole in un contesto, le condizioni di vita e gli stati d’animo che le hanno determinate”, ma soprattutto “i modelli che hanno agito su di Voi e infine i fondamenti teorici che vi hanno guidato”.

Il che significa “rappresentare l’essere umano all’interno del suo tempo, per mostrare sino a che punto l’insieme lo ostacoli e dove invece lo favorisca, come egli riesca, a partire da esso, a farsi un’idea del mondo e del genere umano, e come, nel caso sia artista, o poeta, o narratore, abbia rispecchiato questa idea verso l’esterno”.

Obiettivo quasi irraggiungibile, dichiara l’autore del Werther, il romanzo iconico che più di ogni altro – insieme al Faust – coglie lo spirito del tempo. “Quasi”: perché se c’è qualcuno che conosce se stesso e il suo secolo, questo è Goethe, che mai si sottrae all’antico oracolo di Delfi e che sparge in tutta “Poesia e Verità” un indomabile anelito di conoscenza.


Dalla mia vita. Poesia e verità
Johann Wolfgang Goethe
Curatore: E. Ganni
Editore: Einaudi
Collana: I millenni
Anno edizione: 2018
Pagine: 758 p., Rilegato
EAN: 9788806223526


“Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità”. Così recita la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America del 1776. Ci permettiamo ancora una volta di prendere l’oggetto alla larga, partendo dai diritti inalienabili ormai riconosciuti come base di ogni democrazia. Lo facciamo perché, a nostro parere, ce n’è almeno un altro, di diritto inalienabile, che oggi andrebbe riconosciuto e affermato con più forza di quanto non accada. Parliamo del diritto alla casa.

Sì, alla casa. Perché la vita è un diritto se può essere al riparo di un tetto, la libertà è un diritto se viene protetta dagli sguardi indiscreti, e la felicità è tale se viene ricercata non solo nell’agorà, come suggeriva Hanna Arendt nel suo saggio “Sulla rivoluzione”,  ma anche nell’intimità e nel silenzio. Senza una casa, ogni altro diritto cade in un eccesso di astrazione e diventa difficile da sperimentare. Tanto è vero che, nell’indicare chi abita l’ultimo scalino della società, non diciamo “senza reddito” o “senza lavoro”, ma “senza casa”.

Non parliamo dunque di un generico diritto alla proprietà o al possesso, né di una tipica relazione fra uomo e cosa, soggetto e oggetto: parliamo di un’entità viva, che respira. E se l’affermazione vi stupisce, abbiamo un libro da suggerirvi. Meglio, un intreccio di arte narrativa e di arte visiva: “Respirano i Muri” di Paolo di Stefano e Massimo Siragusa, un’edizione illustrata firmata da Contrasto e collocata nell’ambiziosa collana “In parole”, che anno dopo anno – muovendo da Ferdinando Scianna e Mario Calabresi, passando attraverso Sebastiao Salgado, Walter Bonatti, Pier Paolo Pasolini, e arrivando a Leonardo Sciascia e Wim Wenders – si sta affermando come uno scrigno di piacevoli sorprese.

Il punto di vista dell’autore è che il legame che unisce un uomo alla propria casa non consta solo di un generico “riflesso”. C’è di più del buono o del cattivo gusto, della sensibilità o dell’indifferenza al bello. I muri respirano insieme ai corpi, assorbono emozioni, espressioni, istanti, forse anche traumi e ferite, quindi si sbriciolano come gli esseri umani che hanno protetto e forse amato: perché nelle foto di Siragusa, dove si privilegia l’assenza e il vuoto in un excursus che muove dai quartieri medio-borghesi siciliani alle case abusive, alle baracche, ai quartieri popolari, la nostalgia diventa prerogativa di arredi e suppellettili.

Fra noi e le case esiste dunque uno scambio chimico? E’ per questo che le case abbandonate – l’avete mai notato – sembrano decadere così velocemente, a parità di cura prima delle altre ? Si potrebbe dire che sono state private non tanto della protezione dall’usura del tempo, ma della possibilità di proteggere chi le abita. Private di senso, di scopo, di direzione. E, come per un uomo, anche per una casa non c’è destino peggiore.


Respirano i muri. Ediz. illustrata
Paolo Di Stefano,Massimo Siragusa
Editore: Contrasto
Collana: In parole
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 22/02/2018
Pagine: 149 p., ill. , Rilegato
EAN: 9788869657337

Il 1968 è entrato nella storia come l’anno del movimento sociale e politico, della contestazione planetaria nei confronti del modello di società esistente: operai, studenti e minoranze etniche chiedono riforme, giustizia, nonché il miglioramento delle condizioni di vita. Migliaia di cortei sfilano per le strade, invocando la fine della guerra in Vietnam. Dal Messico al Giappone, dalla Francia all’Italia si assiste a scontri di piazza e repressione da parte delle forze dell’ordine. La Primavera di Praga viene soffocata dai carri armati sovietici. Ma il 1968 non finisce qui: missioni spaziali e omicidi sconvolgenti, mentre la cultura hippie e la Beat Generation imperversano e l’onda pacifista conquista anche il teatro.”

Ma il 1968 non finisce qui. In questa frase estemporaneamente tratta dalla sinossi di “1968. Un anno rivoluzionario in immagini” di Carlo Batà e Gianni Morelli (edito da White Star), si condensa tutto ciò che del ’68 si può dire. In questa precisazione, in questa sottolineatura quasi banale, quasi scontata, abita la cifra di un fenomeno che non si riuscirà mai a ridurre a sintesi. Il 1968 è sempre qualcosa di altro, di ulteriore. E’ sempre sfuggente, oltre se stesso. Probabilmente più mito che storia. Di esso possiamo forse analizzare alcuni effetti, alcuni esiti che a 50 anni di distanza appaiono acquisiti, e per farlo non possiamo che muovere dalle fonti iconografiche che questo prestigioso volume di oltre 200 pagine, racchiuse in cartonato con sovra-coperta, ha il merito di raccogliere e catalogare.

Non c’è altro modo, forse, di raccontare il ’68 che ricorrendo all’anarchia semantica delle immagini, in cui si intrecciano eventi, personaggi, simboli, media, costumi, paesaggi, in breve tutti i possibili nodi di una vicenda che ha rivoluzionato la società rimanendo al di sotto delle promesse e delle premesse: il desiderio, categoria “erotica” liberata dalle catene della storia in quell’esatto frangente,  ha via via acquisito centralità sia nel sistema economico ( ispirando quella scienza manipolatrice che va sotto il nome di marketing) che in quello sociale: tutti noi oggi, votati al mito dell’auto-realizzazione, rispondiamo alla legge morale di seguire i nostri desideri, forse ancora prima della nostra coscienza.

Negli imperativi dell’ascesa sociale, che oggi chiamiamo “popolarità”, agisce sia un impulso strettamente individuale che un comando interiorizzato. Un comando che non proviene più da quelle istituzioni – politiche, civili e religiose – che il ’68 ha ridimensionato promuovendo, dopo lo scioglimento della stagione assembleare, una “privatizzazione” dell’esistenza su larga scala. Il Potere si è fatto meno riconoscibile ma non meno pervicace, si è reso meno plastico, meno rintracciabile ma proprio per questo più subdolo, più strisciante, incisivo, arrivando forse a coincidere con la società stessa. Tanto matrigna e tirannica quanto suadente e ipnotica nel presentarsi a noi non più come dimensione etica o ascetica, ma come teatro di espansione personale, campo di realizzazione dei nostri desideri. Una società alla quale “apparteniamo” in un senso che probabilmente eccede il nostro stesso diritto di abitarla. Una società che ci possiede e che ci impone –  con la forza di una voce interiore che non distinguiamo dalla nostra volontà – i suoi modelli, i suoi codici, le sue aspettative.

Per ora non possiamo che rintracciare le origini di questo “dominio” nelle immagini “che meglio rappresentano il 1968 in ogni ambito”. In attesa, se mai verrà, di un nuovo ’68 e di una nuova politica, di una nuova musica, di una nuova arte, di una liberazione non del desiderio ma dal desiderio. Di una nuova onda “rivoluzionaria” che ci restituisca una libertà più vicina all’altezza della nostra immagin-azione.


1968. Un anno rivoluzionario in immagini. Ediz. illustrata
Carlo Batà,Gianni Morelli
Editore: White Star
Anno: 2017
Pagine: 223 p., ill. , Rilegato
EAN: 9788854035836


In questa storia c’è qualcosa di arcano e di misterioso. Meglio, di arcaico. Qualcosa che sfugge. Qualcosa che proviene dalla notte dei tempi, che trascende l’immaginazione ma che, senza dubbio, è il motore ispiratore di questa mostra e del relativo catalogo.

Forse lo coglie, echeggiando Heinrich  Heine, Franco Maria Ricci, che questa esposizione ha voluto e portato nel suo Labirinto della Masone, a Fontanellato (Pr), il più grande labirinto esistente composto da 200 mila piante di bambù.

Spero che molti visitatori, guardando i feticci del mondo parallelo immaginato da Marco Barina, proveranno l’emozione di un riaccostamento a dèi, a culture, ad archetipi che esistevano già – ma come brocante dimenticata – nelle soffitte o nelle cantine della loro mente.

Ci sarà tempo fino al 10 giugno (info sulla mostra) per visitare “Il Museo di Pangea”, l’esposizione simil-etnografica dedicata a 70 “assemblages” di questo artista romano, Marco Barina, già marketing manager del Gruppo L’Espresso, che nel corso di un decennio ha battuto palmo palmo il mercato delle pulci di Porta Portese, mercatini e botteghe di rigattiere recuperando chincaglierie e cianfrusaglie: ciotole, cucchiai, chiavistelli, zuccheriere, grattugie, reperti di una modernità trasposta, creativamente, fra il Paleozoico e il Meseozoico, quando la Terra emersa formava un unico continente.

In questa unità geologica si misura, crediamo, l’aspirazione a un’universalità di cui solo l’arte può farsi carico: idoli, pali totemici, feticci, maschere e urne cinerarie prevalentemente in legno, che lasciano supporre ritrovamenti di perdute civiltà ma che sono interamente generate dall’estro di Barina, rivelano un linguaggio artistico omogeneo. L’attività di esplorazione e di ricerca degli oggetti diventa metafora di una dimensione perduta, individuazione estetica di un punto d’ancoraggio fra molteplicità e unità, essere e divenire.

“Goethe parlò di letteratura mondiale, Weltliteratur; nel caso di Barina – scrive Giovanni Mariotti (autore di quella “Storia di Matilde” che Pietro Citati ha battezzato, all’uscita, nel 2003, il più bel romanzo italiano che sia stato scritto negli ultimi vent’anni ), che insieme ad Anna Mattirolo ha curato i testi della Guida – si potrebbe parlare di arte mondiale, Weltkunst.” Quarantotto pagine riccamente illustrate fanno di questo catalogo, disponibile rilegato o in brossura, uno strumento tanto suggestivo quanto agile.

 



Museo di Pangea. Le civiltà immaginarie di Marco Barina. Ediz. italiana e inglese
Giovanni Mariotti,Anna Mattirolo,Franco Maria Ricci
Traduttore: S. Notini A. Valca
Editore: Franco Maria Ricci
Anno: 2018
Pagine: 48 p., ill. , Rilegato
EAN: 9788894340907


Mattia Pascal esiste davvero. Il suo vero nome è Ivano Stellati, alias Ivano Stellato, alias Roberto Regonini, alias Roberto Bollatti. Eccettera eccettera. La storia è rimbalzata su tutti i media nazionali in leggero ritardo sui 150 anni dalla nascita di Luigi Pirandello. Recco, Riviera ligure. Un piccolo incidente stradale fa emergere un fatto incredibile. Al volante di una delle due vetture coinvolte nel sinistro sedeva un fantasma. Proprio così, un fantasma in carne e ossa, un uomo che dopo essersi presentato all’anagrafe per rinnovare la carta d’identità ed essersi sentito dire di essere morto, ha deciso di non esistere più e di lasciarsi alle spalle la sua vecchia vita. 25 anni fa, ormai. Da allora il fu Ivano Stellato vive di piccoli lavori, di impieghi alla giornata. Vive senza documenti. E vive onestamente. Non scappa da nulla. Sulla sua testa non pende nessuna denuncia, solo il desiderio di una “libertà impossibile” che traluce dalla scelta di fornire, come data di nascita dei suoi numerosi alias, il 25 aprile. Perché “la liberazione – dice – mi piaceva”.

La sua vicenda riapre gli interrogativi tipici dell’alter ego letterario di Ivano. Mattia Pascal. Si può fuggire da se stessi per fuggire dagli altri, soprattutto nella società dei big data? Si può morire in vita e rinascere, leggeri e rinnovati? Si può abiurare la prima e forse più decisiva etichetta che ci viene imposta a mo di timbro destinante? Ci si può reinventare da capo, magari sfruttando il web e la sua residua virtualità? Si può pensare la vita come artificio, come invenzione totale, come messinscena che denunci l’assoluta evanescenza dell’io?

Questa storia, galeotta per un nuovo sguardo sul personaggio pirandelliano, ci conduce fra le braccia di una casa editrice che siamo sinceramente lieti di menzionare per la prima volta. Parliamo dell’Enrico Damiani, che per i 150 anni della nascita di Pirandello ha inserito “Il Fu Mattia Pascal” nella sua preziosa collana “Gli Unici”, insieme al Misantropo di Moliere, a Quattro Quartetti di T.S. Elliott e a Io, D’Annunzio a cura di Bruno Guerri. Il volume è in ottava con copertina bodoniana (come precisa liricamente la casa editrice) e sovra-coperta. Le pagine sono stampate a colori su carta arcoprint da (ben) 120 grammi. La tiratura, naturalmente, è limitata: solo 300 le copie in commercio. Allegato al volume, prefatto da Antonio Pascalee illustrato da Ruggero Savinio (Premio de Sica nel 20107 nonché nipote di De Chirico), l’edizione è corredata da un Cd con letture eseguite da Luca Micheletti, già premio internazionale Pirandello per meriti in campo teatrale.

“È il romanzo che apre il Novecento e anticipa tutti i temi che segneranno il percorso artistico del secolo – si legge in sinossi –  l’identità molteplice, il desiderio di fuga e di riscatto, l’illusione di poter cambiare radicalmente vita liberandola dalle pressioni sociali. L’acutezza psicologica del romanzo, del 1904, è in grado di denunciare l’inevitabile fragilità del sogno, sempre attuale, di inscenare vite artificiali e virtuali. Come indica Antonio Pascale nella sua ironica e illuminante lettura, questo intramontabile dramma esistenziale di Pirandello può essere inteso come una mappa universale dei sentimenti umani e un grido d’allarme lanciato per la nostra epoca”.


Il fu Mattia Pascal. Con CD-Audio
Luigi Pirandello
Illustratore: R. Savino
Editore: ED-Enrico Damiani Editore
Collana: Gli unici
Anno edizione: 2017
EAN: 9788899438159


“Quando uno contempla, non si volge col pensiero indietro su sé stesso, ma possiede sé stesso e volge la sua attività all’oggetto, diventa anzi l’oggetto stesso, offrendo sé stesso, diciamo così, quale materiale, lasciandosi plasmare dall’oggetto contemplato”. Risalendo a queste parole di Plotino si acquista la giusta misura di questa impresa editoriale che è, al contempo, una missione esistenziale, una ricerca, una presa di coscienza, una raccolta, una mappatura. Una vita intera, insomma. La vita, per l’esattezza, di Thomas C. Laird, scrittore e fotografo americano che a soli 18 anni fece una di quelle scelte che dividono gli uomini.

Chi sopravvive da un lato, chi vive dall’altro. Laird scelse di “vivere” e di lasciare gli Stati Uniti viaggiando via terra, da solo, dall’Europa al Nepal. Dopo aver documentato la rivoluzione iraniana, si è stabilito a tempo pieno a Kathmandu, dove ha lavorato come fotografo, giornalista e… Guida himalayana. Facendo una breve ricerca su di lui nelle principali librerie online, compare questo volume non tradotto in italiano, “The Story of Tibet: Conversations with the Dalai Lama”, che dà il la a un lavoro di ricerca fra altissime montagne innevate, profonde vallate e sconfinati deserti, lì dove si celano i più grandi tesori della cultura buddhista e dell’eredità tibetana: gli affreschi murali, vere e proprie opere d’arte che si sviluppano su muri larghi anche 10 metri, scrigni di sapienza in forma iconica.

Il frutto di questo lavoro, meravigliose stampe anche a grandezza naturale di paradisi, inferni, pantheon variamente composti, è stato oggetto di mostre ed esposizioni che non potevano passare inosservate a una casa editrice che dei capolavori editoriali ha fatto la propria ragion d’essere, costi quel che costi (e questa volta è proprio il caso di sottolinearlo).

Ne è emerso un monumentale volume “Sumo” di dimensioni pari a 50 x 70 cm, impreziosito da Setalux (tessuto in filamento di viscosa con costruzione di ben 43 fili in ordito e 23 in trama) con 6 pagine pieghevoli e persino un leggio modulare disegnato da Shigeru Ban (premio Pritzker nel 2014). Le immagini, riprodotte a una risoluzione stupefacente, sono stampate in cinque colori, compreso l’oro. Ca va sans dire, l’edizione è limitata (81-998) e ogni copia è firmata da Sua Santità il VIV Dalai Lama, che in questi patrimoni dell’umanità ha più volte invitato a non vedere solo oggetti d’arte, ma vere e proprie stelle polari per chiunque cerchi di portare maggiore consapevolezza spirituale nella propria vita. Signore e signori, ecco a voi “Murals of Tibet”.


Murals of Tibet. Ediz. limitata
Thomas Laird
Editore: Taschen
Collana: Collector’s edition
Anno edizione: 2018
Pagine: 528 p., ill. , Rilegato
EAN: 9783836533126


Ci sono Umberto Boccioni, Amedeo Modigliani, Mario Sironi, Giorgio de Chirico e Giorgio Morandi. E Lucio Fontana, Renato Guttuso, Alberto Burri e Michelangelo Pistoletto. Sono solo alcuni dei 100 protagonisti di un’eccezionale mostra di capolavori della grafica italiana: stampe, disegni, incisioni, carte dipinte e anche libri d’artista. Teatro di questo evento, fruibile fino al 1° luglio 2018, è il Castello Sforzesco di Milano, verso cui sono state convogliate 200 opere normalmente conservate negli archivi civici, nelle biblioteche milanesi e nelle collezioni di Intesa Sanpaolo.

L’occasione per visionare questa galleria di lavori fra cui la raccolta di Vittore Grubicy de Dragon e i progetti di Roberto Sambonet e Luciano Baldessari per le Triennali del 1951 e del 1960, ma anche la collezione della Banca Commerciale Italiana a Zurigo che ha come protagonista Lucio Fontana, è pressoché unica: per la loro delicatezza, e dunque per ovvie ragioni conservative, queste opere possono uscire dalle teche o dagli archivi solo per brevi periodi. Una ragione in più, quindi, non solo per visitare la mostra, ma anche per acquistare il catalogo firmato da  Electa, che della mostra è stata anche co-produttrice e co-organizzatrice.

Giorgio Morandi, Grande natura morta con lampada a destra, 1928, Acquaforte, 321 x 459 mm, Civica Raccolta delle Stampe “A. Bertarelli”, Milano

Il volume restituisce con grande vivacità il concept dell’esposizione, un racconto per immagini che parte dal 1869 e che giunge alla fine degli anni ’70, attingendo a una straordinaria varietà di linguaggi, segnici o grafico-pittorici: dal simbolismo al surrealismo, dal futurismo alla Pop Art, dall’Arte Concettuale all’Arte Povera. 256 pagine illustrate mettono in luce la centralità del rapporto fra arte e carta: il dialogo di grandi artisti con questo supporto comune ed elementare ha “partorito” sia opere autonome che schizzi dove forme e colori sono spesso esasperati in una specie di drammatizzazione dell’atto figurativo.

Non sorprende, crediamo, che questo rapporto abbia dato forma a espressioni intimistiche che rivelano con grande naturalezza il vissuto dei grandi maestri del novecento.

La mostra annovera anche 13 libri d’artista provenienti dalla Biblioteca d’Arte: si segnalano opere di Vasilij Kandinsky, ma anche i Bagni Misteriosi di De Chirico nella cartella Mythologie, il celebre Libro “bullonato” Depero Futurista e la miscellanea Documenti d’arte d’oggi con la scultura da viaggio di Bruno Munari. A chiudere, alcuni casi di libri figurati d’autore editi dalla favolosa casa editrice Rizzardi.

Nella foto in alto a sinistra, Umberto Boccioni, Interno con due figure femminili, 1916, grafite, matita, inchiostro nero, matite colorate, acquerello e tempera bianca su carta, 654 x 475 mm, Civico Gabinetto dei Disegni, Milano


Novecento di carta
Editore: Mondadori Electa
Anno edizione: 2018
Pagine: 256 p., ill.
EAN: 9788891819246


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Tutto ebbe inizio durante alcuni viaggi per conto dell’Organizzazione Mondiale del Caffè, con la quale collaborava. Erano gli anni 70. Il 1973, per la precisione. Fu allora che Sebastiao Salgado ebbe la “vocazione” che di lì a poco lo avrebbe reso uno dei più grandi fotografi della nostra epoca: il bisogno di testimoniare, di portare a conoscenza, per mezzo delle immagini, ciò che la maggior parte delle persone non oserebbe toccare con mano: guerra, carestia, malattia, intervallate da una Natura potente e inflessibile, sublime e altera.




Questa missione non poteva che incrociare il proprio destino con quello dell’Africa e delle popolazioni più povere e diseredate che abitano il continente-culla della nostra specie, che magneticamente ci attrae a sé tanto quanto ci respinge per le sue contraddizioni. Nell’arco di 30 anni Salgado realizzerà oltre 40 reportage in queste terre: dalle tribù dinka del Sudan agli Himba della Namibia ai gorilla e ai vulcani della regioni dei grandi Laghi fino alle ondate di rifugiati, Salgado diventerà uno dei più grandi testimoni di una storia che Taschen – e chi se no? – nel 2007 ha raccolto in un’antologia di oltre 300 pagine arricchite dai testi della moglie, Lelia Salgado, e dello scrittore mozambicano Mia Couto, autore di Terra Sonnambula, certamente uno dei migliori dieci libri africani pubblicati nel XX secolo.




La notizia è che il volume è ora disponibile in una versione più economica ma non meno preziosa. Nell’era della post-fotografia, “nella quale abitiamo l’immagine nella stessa misura in cui essa ci abita – parole di Joan Fontcuberta, splendido autore di La furia delle immagini– e in cui le nozioni di originalità e proprietà, di verità e memoria si dissolvono inesorabilmente”, il lavoro di Salgado risale plastico dal vortice di questa infernale iconosfera per restituirci quel distacco e quell’ obiettività che rendono l’empatia dell’osservatore naturale, istintiva, solida, mai artificiosa , violenta o evanescente.

Ed è quella stessa empatia che possiamo sperimentare di fronte al primo grande lavoro di Salgado, “La mano dell’uomo”, il grande omaggio reso alla condizione dei lavoratori e in particolare dei minatori, di chi gioca la propria esistenza fra luce e tenebre, bianco e nero, in un perenne sali e scendi fra la vita e la morte.

Firmato da Taschen è anche un’altra opera monumentale di Salgado: Genesi, il risultato di un viaggio condotto in lungo e in largo per il Pianeta alla ricerca dell’ “incontaminato”, di quei luoghi dove le immagini evocano ancora tutta la bellezza e la potenza della Creazione.


Africa. Ediz. multilingue
Sebastião Salgado
Curatore: L. W. Salgado, M. Couto
Editore: Taschen
Collana: Fotografia
Anno edizione: 2018
Pagine: 326 p., ill. , Rilegato
EAN: 9783822856222



Cerchi Africa di Sebastiao Salgado nella prima edizione deluxe?

“E’ un personaggio anomalo, una santa con la spada in mano, una poesia in azione, una creatura di straordinaria e totale maturità”. Una creatura di totale maturità. Con questa curiosa definizione Maria Luisa Spaziani – la musa di Eugenia Montale – ci ha consegnato la sua Giovanna d’Arco, un romanzo popolare in sei canti in ottave e un epilogo.

Il metro scelto è quello dei canti prima popolari e poi cavallereschi. Dell’Orlando Furioso e della Gerusalemme liberata. Ma, a differenza di questi due grandi poemi della tradizione letteraria, gli endecasillabi non sono legati con rime che avrebbero privato la “Giovanna” della Spaziani di quella leggera, coinvolgente musicalità che la accompagna costantemente, dall’inizio alla fine.




Il testo, che ha visto la luce nel 1990, è ora nel catalogo di quello bellissimo scrigno di cultura che è la casa editrice Interlinea, collocato nella collana Lyra e proposta in un’edizione limitata di 499 esemplari. Un’edizione dai tratti delicatamente sobri, austeri ma al contempo potenti, perfetti per introdurre il soggetto. Vale a dire, quella creatura di totale maturità, come afferma la Spaziani rivendicando in Giovanna d’Arco la sua più grande passione storica e letteraria.

Una creatura naturalmente vocata ad abitare lo spazio fra storia e letteratura, fra realtà e leggenda, in cui i nodi dell’esistenza si sciolgono nella “missione” e nell’adesione incondizionata a un destino: personaggio, in questo, totalmente anti-moderno e anti-borghese, che deve al gioco di contrasti con la nostra epoca abitata dal disincanto la propria fortuna postera. “Forse un angelo parla a tutti, eppure – scrive la Spaziani – in quel supremo momento pochi ascoltano”. La differenza nella vita di ognuno di noi è quindi un semplice fatto di attenzione e ascolto? Il discrimine è quello di mettere a tacere rumori e pensieri per dedicarsi all’ascolto di ciò che è essenziale, delle “radici”?

Forse un angelo parla a tutti, eppure
in quel supremo istante pochi ascoltano,
pochi hanno l’orecchio e l’ubbidienza
delle radici che a gennaio dormono.
Dal profondo una voce bisbiglia,
giunge un brivido ai rami più lontani.
Nessuno se ne accorge ma è partita
a buie ondate un’altra primavera.




La Giovanna d’Arco della Spaziani non è colei che ci è stata consegnata dalla storiografia ufficiale. Quella che terminò la sua esistenza arsa nel rogo di Rouen. E’ una Giovanna salvata dalle fiamme ma esiliata in un luogo remoto e perduto, oggetto d’amore da parte di un uomo e vittima dell’inedia, di una noia paralizzante e forse di un senso di colpa per non aver potuto compiere fino in fondo il proprio destino, fosse stato anche quello di consegnarsi al patibolo. Così, un’ultima volta, Giovanna deciderà di tornare a Orleans: ma chi sarà davvero, in quel momento, la “pulzella”? Come spiegare “a chi è mortale, come la morte può fingersi vita”?


Giovanna d’Arco. Romanzo popolare in sei canti in ottave e un epilogo
Maria Luisa Spaziani
Editore: Marsilio
Collana: Romanzi e racconti
Anno edizione: 2000
Pagine: 112 p.
EAN: 9788831777001


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Einaudi ha dato alle stampe il primo “Millennio” del 2018. Per la gioia dei collezionisti (e anche degli atei, notoriamente innamorati di questo autore), è uscito infatti il “Commentario filosofico sulla Tolleranza” di Pierre Bayle, a cura di Stefano Brogi, professore associato all’Università di Siena. Anche se mai, prima d’ora, il Commentario era stato tradotto in italiano, l’operazione non intende essere solo culturale, ma Politica nel senso alto del termine: se dopo la seconda guerra mondiale quella della tolleranza sembrava un problema destinato a ri-solversi in un’evoluzione dei costumi che appariva tutt’uno con l’emergente società del benessere, sono bastati pochi decenni per mettere in discussione molte delle conquiste che si davano per acquisite.

Prima di Kant la lezione di Bayle è già criticista, intenta a evidenziare i limiti della ragione e delle sue possibilità di condurci a una Verità. Quel che Bayle mette in mostra è, innanzitutto, la necessità del pluralismo: non esiste una società razionale, e quindi non violenta, che non sia al contempo plurale. Non esiste via all’uso della ragione che prescinda da un elevato grado di “biodiversità” culturale, politica e religiosa. La ragione non è una facoltà auto-referenziale, ma si esercita a partire dal numero due. Noi occidentali diamo questa lezione quasi per scontata, eppure il nostro modo di concepire il mondo non appare meno rigido e ingabbiato di quanto apparisse in passato.




E’ cambiato solo l’oggetto della teologia, che da Dio si è spostato prima sull’ideologia e oggi sulla società in se stessa. Nella sua ultima fatica, “L’innominabile attuale“, l’anima di Adelphi Roberto Calasso scrive: “Duemila anni dopo Cristo, il secolarismo avvolge il pianeta. Così non è perché abbia sconfitto le religioni, bensì perché, fra tutte le religioni, è la prima che non si volga a entità esterne ma a se stessa, in quanto visione giusta e ultima delle cose come sono e come devono essere. Se il secolo ventesimo è stato il secolo dell’auto-riflessione, questo carattere si manifesta anche nel fatto che la società prende se stessa come oggetto che ormai ingloba tutto, grazie a quell’arma invincibile che passa sotto il nome di tecnologia”.

Questo processo è lo stesso che aveva ossessionato negli ultimi anni di lavoro Pier Paolo Pasolini, fino a farlo prorompere in un urlo di dolore che oggi suona profetico: “Sono infiniti i dialetti, i gerghi, le pronunce,perché è infinita la forma della vita non bisogna tacerli, bisogna possederli: ma voi non li volete perché non volete la storia, superbi monopolisti della morte…”.

Ciò che gli islamici radicali vorrebbero fare sul piano religioso, cancellare ogni diversità, l’Occidente lo ha già fatto e lo sta facendo sul piano sociale, dietro la spinta della società dei consumi (o, debordiamente, dello spettacolo, o per dirla alla Bauman, liquida). Possiamo quindi sostenere di essere ritornati al di sotto della soglia indicata da Bayle? Si tratta di un’ipotesi molto affascinante, perché la tolleranza odierna non assomiglia a una celebrazione della diversità quanto a una commedia del superfluo, in cui tutto ciò che entra in scena si pretende svuotato di un senso estraneo alla vulgata occidentale, quella che si usa definire con molta approssimazione “pensiero unico”.




In questa visione il bene è tutto ciò che è funzionale alla crescita economica: attitudini e comportamenti individuali, scelte personali, eredità culturali di carattere tradizionale vengono vagliati alla luce dei servigi resi alla causa del Prodotto Interno Lordo. Che è una divinità molto esigente e poco incline a sopportare devianze. Più che praticare la tolleranza, salvaguardando attivamente ogni diversità, l’Occidente ha quindi assimilato a sé il diverso in nome dell’individualismo fino a cancellarne le specificità culturali, operazione che si svela piuttosto clamorosamente quando fallisce e quando particolari gruppi sociali, oggi per lo più stranieri, si mostrano riottosi all’idea di “integrazione”, a questa particolare forma di medicina applicata alla società e ai suoi conflitti latenti.

La lezione di Bayle è diversa. La parola tolleranza, in lui, appare addirittura riduttiva per il suo orizzonte filosofico, che non si limita a proporre la “soppportazione” di chi è in posizione di debolezza, numerica o politica, da parte di chi è in condizione di forza. Bayle fa di più. Celebra apertamente la diversità, con tutto ciò che essa comporta, chiamando il “sovrano”  (dunque il popolo, dunque noi, proiettando l’appello ai giorni nostri, quasi dovessimo scindere le nostre preferenze dall’esercizio della cittadinanza, la nostra libertà dalla nostra equità) : “Tutto ciò che potrebbe nascerne, anzi, sarebbe una onesta emulazione a chi più si segnalasse per pietà, per buoni costumi, per scienza; ciascuna si farebbe un punto di onore di dimostrare che è la più vicina a Dio, dando prova di un maggiore attaccamento alla pratica delle opere pie e dell’amore per la patria, a patto che il sovrano le protegga tutte ugualmente, tenendole in equilibrio con la sua equità. Ora, è evidente che una così bella emulazione sarebbe causa di un’infinità di beni, e per conseguenza la tolleranza appare, fra tutte le cose del mondo, la più adatta a riportarci all’età dell’oro, a creare un concerto e un’armonia di più voci e strumenti di diversi toni e note almeno altrettanto gradevole quanto l’uniformità di una voce sola”.


Commentario filosofico
Pierre Bayle
Curatore: S. Brogi
Editore: Einaudi
Collana: I millenni
Anno edizione: 2018
Pagine: 800 p.
EAN: 9788806237554



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