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“Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità”. Così recita la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America del 1776. Ci permettiamo ancora una volta di prendere l’oggetto alla larga, partendo dai diritti inalienabili ormai riconosciuti come base di ogni democrazia. Lo facciamo perché, a nostro parere, ce n’è almeno un altro, di diritto inalienabile, che oggi andrebbe riconosciuto e affermato con più forza di quanto non accada. Parliamo del diritto alla casa.

Sì, alla casa. Perché la vita è un diritto se può essere al riparo di un tetto, la libertà è un diritto se viene protetta dagli sguardi indiscreti, e la felicità è tale se viene ricercata non solo nell’agorà, come suggeriva Hanna Arendt nel suo saggio “Sulla rivoluzione”,  ma anche nell’intimità e nel silenzio. Senza una casa, ogni altro diritto cade in un eccesso di astrazione e diventa difficile da sperimentare. Tanto è vero che, nell’indicare chi abita l’ultimo scalino della società, non diciamo “senza reddito” o “senza lavoro”, ma “senza casa”.

Non parliamo dunque di un generico diritto alla proprietà o al possesso, né di una tipica relazione fra uomo e cosa, soggetto e oggetto: parliamo di un’entità viva, che respira. E se l’affermazione vi stupisce, abbiamo un libro da suggerirvi. Meglio, un intreccio di arte narrativa e di arte visiva: “Respirano i Muri” di Paolo di Stefano e Massimo Siragusa, un’edizione illustrata firmata da Contrasto e collocata nell’ambiziosa collana “In parole”, che anno dopo anno – muovendo da Ferdinando Scianna e Mario Calabresi, passando attraverso Sebastiao Salgado, Walter Bonatti, Pier Paolo Pasolini, e arrivando a Leonardo Sciascia e Wim Wenders – si sta affermando come uno scrigno di piacevoli sorprese.

Il punto di vista dell’autore è che il legame che unisce un uomo alla propria casa non consta solo di un generico “riflesso”. C’è di più del buono o del cattivo gusto, della sensibilità o dell’indifferenza al bello. I muri respirano insieme ai corpi, assorbono emozioni, espressioni, istanti, forse anche traumi e ferite, quindi si sbriciolano come gli esseri umani che hanno protetto e forse amato: perché nelle foto di Siragusa, dove si privilegia l’assenza e il vuoto in un excursus che muove dai quartieri medio-borghesi siciliani alle case abusive, alle baracche, ai quartieri popolari, la nostalgia diventa prerogativa di arredi e suppellettili.

Fra noi e le case esiste dunque uno scambio chimico? E’ per questo che le case abbandonate – l’avete mai notato – sembrano decadere così velocemente, a parità di cura prima delle altre ? Si potrebbe dire che sono state private non tanto della protezione dall’usura del tempo, ma della possibilità di proteggere chi le abita. Private di senso, di scopo, di direzione. E, come per un uomo, anche per una casa non c’è destino peggiore.


Respirano i muri. Ediz. illustrata
Paolo Di Stefano,Massimo Siragusa
Editore: Contrasto
Collana: In parole
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 22/02/2018
Pagine: 149 p., ill. , Rilegato
EAN: 9788869657337

Basterebbe il primo dei tue termini in cui si articola il titolo, “Magnum”, per capire che questo è uno dei più importanti volumi da collezione dati alle stampe nel 2017, e che destinare ad esso uno spazio consono nella propria libreria è del tutto doveroso. Poi, però, l’occhio cade su quel secondo sostantivo, “Manifesto”, che appare quantomeno curioso considerata la sua natura celebrativa e non programmatica, e le ragioni per acquistarlo si moltiplicano sull’onda di questo straordinario merito: spingere a interrogarsi sulla carica ideologica della fotografia come arte (e come strumento giornalistico) nell’era dei Social Network; un’era che rende al contempo tanto attuale quanto anacronistica, tanto essenziale quanto demodè Magnum Photos, la mitica agenzia fotografica di cui il volume racconta i primi settanta anni di vita.




Fondata nel 1947 da Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger e William Vandivert, Magnum Photos ha prodotto alcuni fra i più importanti e drammatici reportage del novecento: in Vietnam, in India ai tempi della carestia, fra i minatori boliviani e fra i movimenti per i diritti civili, solo per portare alcuni esempi.

Curato da Clément Chéroux con la collaborazione di Clara Bouveresse, il libro (che assomma 416 pagine riccamente illustrate e che in Italia è edito dalla casa editrice Contrasto) attinge all’archivio di Magnum per sottolineare gli ideali di libertà, uguaglianza e universalismo che emersero dopo la Seconda guerra mondiale, ma anche la crescente frammentazione e disuguaglianza globale testimoniata dalle sottoculture, dalle minoranze e dagli esclusi. Sullo sfondo, le diverse forme espressive con cui i fotografi di Magnum hanno catturato i cambiamenti del mondo e dei pericoli che incombono su di esso. Pericoli che, oggi, chiamano direttamente in causa la fotografia: perché, al tempo dei social network, che ne è della fotografia come arte e vocazione, marginalizzata dalla produzione bulimica di immagini filtrate e catapultate sui social media per essere digerite da algoritmi che tutto possono fare, meno interrogarsi sul “senso” e sul destino dell’informazione?

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