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Se in questi anni il genere biografico è andato incontro a una notevole fioritura, fino a divenire una sorta di narrativa “no fiction”, l’autobiografia si è insabbiata nel mondo della cultura “pop” arrivando a coincidere con operazioni di marketing di dubbio valore. Va anche detto che la biografia, in genere, è preferibile all’autobiografia, perché ognuno di noi – per ricalcare Frammenti di un Insegnamento Sconosciuto di Petr Ouspensky, che ben si presta all’oggetto di questa recensione – è il più grande mentitore a se stesso.

Ciò che un biografo attento e scrupoloso può dire di noi è certamente più attendibile dei nostri sogni di magnificenza e delle nostre illusioni egoiche. Per scrivere una storia della propria vita che voglia ambire al crisma dell’attendibilità, sono necessarie doti non comuni e una conoscenza di sé che richiede spiccate attitudini interiori: richiede di vivere nel presente, di “ricordarsi di sè”.

Richiede di cogliere la felicità nell’istante anziché perdersi nella nostalgia nel passato o nel vagheggiamento del futuro. Richiede la comprensione del fatto che “Solo il presente è la nostra felicità”, cosa che accade raramente ma che, nel momento in cui occorre, fa sì che un’inusitata potenza espressiva e la capacità di rendere ragione dei propri moti interiori si trasferiscono su carta con singolare potenza e inusuale bellezza. E’ il caso di Goethe e della sua autobiografia giovanile (una delle tre della sua vita), “Dalla mia vita: Poesia e Verità”, che Einaudi ha appena inserito ne “I Millenni”, la propria collana-ammiraglia.

Sono venuto al mondo a Francoforte sul Meno il 28 agosto 1749 al suono delle campane di mezzogiorno. La costellazione era fortunata; il Sole era nella Vergine, al culmine in quel giorno; Giove e Venere gli ammiccavano amichevolmente, Mercurio senza ostilità; Saturno e Marte erano indifferenti; solo la Luna, quasi piena, esercitava la sua forza avversa con maggior intensità perché entrata nella sua ora planetaria. Essa si oppose dunque alla mia nascita, che non poté succedere fin che quell’ora non fu passata. Questi aspetti fortunati, a cui in seguito gli astrologi diedero molta importanza, possono ben essere stati causa della mia conservazione, perché per inabilità della levatrice io venni al mondo come morto, e solo con molti sforzi riuscirono a farmi vedere la luce.”

Da questo incipit che emana eleganza e misura, prende il via un racconto che è amabile conversazione, affabulazione affascinante perché non solenne. La premessa è una lettera, presumibilmente fittizia, nella quale si richiederebbe al poeta, dopo la pubblicazione delle Opere in 12 volumi fra il 1806 e il 1808, di fornire, “inserendole in un contesto, le condizioni di vita e gli stati d’animo che le hanno determinate”, ma soprattutto “i modelli che hanno agito su di Voi e infine i fondamenti teorici che vi hanno guidato”.

Il che significa “rappresentare l’essere umano all’interno del suo tempo, per mostrare sino a che punto l’insieme lo ostacoli e dove invece lo favorisca, come egli riesca, a partire da esso, a farsi un’idea del mondo e del genere umano, e come, nel caso sia artista, o poeta, o narratore, abbia rispecchiato questa idea verso l’esterno”.

Obiettivo quasi irraggiungibile, dichiara l’autore del Werther, il romanzo iconico che più di ogni altro – insieme al Faust – coglie lo spirito del tempo. “Quasi”: perché se c’è qualcuno che conosce se stesso e il suo secolo, questo è Goethe, che mai si sottrae all’antico oracolo di Delfi e che sparge in tutta “Poesia e Verità” un indomabile anelito di conoscenza.


Dalla mia vita. Poesia e verità
Johann Wolfgang Goethe
Curatore: E. Ganni
Editore: Einaudi
Collana: I millenni
Anno edizione: 2018
Pagine: 758 p., Rilegato
EAN: 9788806223526


Einaudi ha dato alle stampe il primo “Millennio” del 2018. Per la gioia dei collezionisti (e anche degli atei, notoriamente innamorati di questo autore), è uscito infatti il “Commentario filosofico sulla Tolleranza” di Pierre Bayle, a cura di Stefano Brogi, professore associato all’Università di Siena. Anche se mai, prima d’ora, il Commentario era stato tradotto in italiano, l’operazione non intende essere solo culturale, ma Politica nel senso alto del termine: se dopo la seconda guerra mondiale quella della tolleranza sembrava un problema destinato a ri-solversi in un’evoluzione dei costumi che appariva tutt’uno con l’emergente società del benessere, sono bastati pochi decenni per mettere in discussione molte delle conquiste che si davano per acquisite.

Prima di Kant la lezione di Bayle è già criticista, intenta a evidenziare i limiti della ragione e delle sue possibilità di condurci a una Verità. Quel che Bayle mette in mostra è, innanzitutto, la necessità del pluralismo: non esiste una società razionale, e quindi non violenta, che non sia al contempo plurale. Non esiste via all’uso della ragione che prescinda da un elevato grado di “biodiversità” culturale, politica e religiosa. La ragione non è una facoltà auto-referenziale, ma si esercita a partire dal numero due. Noi occidentali diamo questa lezione quasi per scontata, eppure il nostro modo di concepire il mondo non appare meno rigido e ingabbiato di quanto apparisse in passato.




E’ cambiato solo l’oggetto della teologia, che da Dio si è spostato prima sull’ideologia e oggi sulla società in se stessa. Nella sua ultima fatica, “L’innominabile attuale“, l’anima di Adelphi Roberto Calasso scrive: “Duemila anni dopo Cristo, il secolarismo avvolge il pianeta. Così non è perché abbia sconfitto le religioni, bensì perché, fra tutte le religioni, è la prima che non si volga a entità esterne ma a se stessa, in quanto visione giusta e ultima delle cose come sono e come devono essere. Se il secolo ventesimo è stato il secolo dell’auto-riflessione, questo carattere si manifesta anche nel fatto che la società prende se stessa come oggetto che ormai ingloba tutto, grazie a quell’arma invincibile che passa sotto il nome di tecnologia”.

Questo processo è lo stesso che aveva ossessionato negli ultimi anni di lavoro Pier Paolo Pasolini, fino a farlo prorompere in un urlo di dolore che oggi suona profetico: “Sono infiniti i dialetti, i gerghi, le pronunce,perché è infinita la forma della vita non bisogna tacerli, bisogna possederli: ma voi non li volete perché non volete la storia, superbi monopolisti della morte…”.

Ciò che gli islamici radicali vorrebbero fare sul piano religioso, cancellare ogni diversità, l’Occidente lo ha già fatto e lo sta facendo sul piano sociale, dietro la spinta della società dei consumi (o, debordiamente, dello spettacolo, o per dirla alla Bauman, liquida). Possiamo quindi sostenere di essere ritornati al di sotto della soglia indicata da Bayle? Si tratta di un’ipotesi molto affascinante, perché la tolleranza odierna non assomiglia a una celebrazione della diversità quanto a una commedia del superfluo, in cui tutto ciò che entra in scena si pretende svuotato di un senso estraneo alla vulgata occidentale, quella che si usa definire con molta approssimazione “pensiero unico”.




In questa visione il bene è tutto ciò che è funzionale alla crescita economica: attitudini e comportamenti individuali, scelte personali, eredità culturali di carattere tradizionale vengono vagliati alla luce dei servigi resi alla causa del Prodotto Interno Lordo. Che è una divinità molto esigente e poco incline a sopportare devianze. Più che praticare la tolleranza, salvaguardando attivamente ogni diversità, l’Occidente ha quindi assimilato a sé il diverso in nome dell’individualismo fino a cancellarne le specificità culturali, operazione che si svela piuttosto clamorosamente quando fallisce e quando particolari gruppi sociali, oggi per lo più stranieri, si mostrano riottosi all’idea di “integrazione”, a questa particolare forma di medicina applicata alla società e ai suoi conflitti latenti.

La lezione di Bayle è diversa. La parola tolleranza, in lui, appare addirittura riduttiva per il suo orizzonte filosofico, che non si limita a proporre la “soppportazione” di chi è in posizione di debolezza, numerica o politica, da parte di chi è in condizione di forza. Bayle fa di più. Celebra apertamente la diversità, con tutto ciò che essa comporta, chiamando il “sovrano”  (dunque il popolo, dunque noi, proiettando l’appello ai giorni nostri, quasi dovessimo scindere le nostre preferenze dall’esercizio della cittadinanza, la nostra libertà dalla nostra equità) : “Tutto ciò che potrebbe nascerne, anzi, sarebbe una onesta emulazione a chi più si segnalasse per pietà, per buoni costumi, per scienza; ciascuna si farebbe un punto di onore di dimostrare che è la più vicina a Dio, dando prova di un maggiore attaccamento alla pratica delle opere pie e dell’amore per la patria, a patto che il sovrano le protegga tutte ugualmente, tenendole in equilibrio con la sua equità. Ora, è evidente che una così bella emulazione sarebbe causa di un’infinità di beni, e per conseguenza la tolleranza appare, fra tutte le cose del mondo, la più adatta a riportarci all’età dell’oro, a creare un concerto e un’armonia di più voci e strumenti di diversi toni e note almeno altrettanto gradevole quanto l’uniformità di una voce sola”.


Commentario filosofico
Pierre Bayle
Curatore: S. Brogi
Editore: Einaudi
Collana: I millenni
Anno edizione: 2018
Pagine: 800 p.
EAN: 9788806237554



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Il 2017 ha visto uscire per i tipi de I Millenni di Einaudi tre nuove opere da collezione: la canzone napoletana di Roberto de Simone, il saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni di Voltaire e, soprattutto, I libri di Oz, la raccolta delle traduzioni e delle antologizzazioni dei 14 romanzi ambientati nel meraviglioso mondo di Baum. La traduzione è stata curata dall’attrice e drammaturga Chiara Lagani, le illustrazioni da Mara Cerri.

Se l’attenzione al fiabesco è uno dei tratti salienti di questa collana che diede alle stampe Fiabe Italiane di Calvino, la scelta di pubblicare in un solo volume l’intero ciclo dei libri di Oz rende un servigio ineguagliabile al rapporto fra la cultura italiana e l’articolato universo del “fantastico”.

L’opera concepita da Einaudi omaggia la prima edizione de “Il meraviglioso mago di Oz”, quella che la critica ritiene essere capostipite del filone fiabesco americana. Abbiamo accennato alle illustrazioni, una prestigiosa costante di questa collana. Una costante che, nel caso dei “Libri di Oz” assolve un ruolo centrale.




Perché nella prima edizione, illustrata da W.W. Denslow con 24 tavole a colori più le figure inserite come sottofondo del testo – coi colori cangianti a ogni capitolo secondo un gioco di corrispondenze in cui nulla è lasciato al caso – parole e immagini si intrecciano in un arazzo perfetto.

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