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Il 1968 è entrato nella storia come l’anno del movimento sociale e politico, della contestazione planetaria nei confronti del modello di società esistente: operai, studenti e minoranze etniche chiedono riforme, giustizia, nonché il miglioramento delle condizioni di vita. Migliaia di cortei sfilano per le strade, invocando la fine della guerra in Vietnam. Dal Messico al Giappone, dalla Francia all’Italia si assiste a scontri di piazza e repressione da parte delle forze dell’ordine. La Primavera di Praga viene soffocata dai carri armati sovietici. Ma il 1968 non finisce qui: missioni spaziali e omicidi sconvolgenti, mentre la cultura hippie e la Beat Generation imperversano e l’onda pacifista conquista anche il teatro.”

Ma il 1968 non finisce qui. In questa frase estemporaneamente tratta dalla sinossi di “1968. Un anno rivoluzionario in immagini” di Carlo Batà e Gianni Morelli (edito da White Star), si condensa tutto ciò che del ’68 si può dire. In questa precisazione, in questa sottolineatura quasi banale, quasi scontata, abita la cifra di un fenomeno che non si riuscirà mai a ridurre a sintesi. Il 1968 è sempre qualcosa di altro, di ulteriore. E’ sempre sfuggente, oltre se stesso. Probabilmente più mito che storia. Di esso possiamo forse analizzare alcuni effetti, alcuni esiti che a 50 anni di distanza appaiono acquisiti, e per farlo non possiamo che muovere dalle fonti iconografiche che questo prestigioso volume di oltre 200 pagine, racchiuse in cartonato con sovra-coperta, ha il merito di raccogliere e catalogare.

Non c’è altro modo, forse, di raccontare il ’68 che ricorrendo all’anarchia semantica delle immagini, in cui si intrecciano eventi, personaggi, simboli, media, costumi, paesaggi, in breve tutti i possibili nodi di una vicenda che ha rivoluzionato la società rimanendo al di sotto delle promesse e delle premesse: il desiderio, categoria “erotica” liberata dalle catene della storia in quell’esatto frangente,  ha via via acquisito centralità sia nel sistema economico ( ispirando quella scienza manipolatrice che va sotto il nome di marketing) che in quello sociale: tutti noi oggi, votati al mito dell’auto-realizzazione, rispondiamo alla legge morale di seguire i nostri desideri, forse ancora prima della nostra coscienza.

Negli imperativi dell’ascesa sociale, che oggi chiamiamo “popolarità”, agisce sia un impulso strettamente individuale che un comando interiorizzato. Un comando che non proviene più da quelle istituzioni – politiche, civili e religiose – che il ’68 ha ridimensionato promuovendo, dopo lo scioglimento della stagione assembleare, una “privatizzazione” dell’esistenza su larga scala. Il Potere si è fatto meno riconoscibile ma non meno pervicace, si è reso meno plastico, meno rintracciabile ma proprio per questo più subdolo, più strisciante, incisivo, arrivando forse a coincidere con la società stessa. Tanto matrigna e tirannica quanto suadente e ipnotica nel presentarsi a noi non più come dimensione etica o ascetica, ma come teatro di espansione personale, campo di realizzazione dei nostri desideri. Una società alla quale “apparteniamo” in un senso che probabilmente eccede il nostro stesso diritto di abitarla. Una società che ci possiede e che ci impone –  con la forza di una voce interiore che non distinguiamo dalla nostra volontà – i suoi modelli, i suoi codici, le sue aspettative.

Per ora non possiamo che rintracciare le origini di questo “dominio” nelle immagini “che meglio rappresentano il 1968 in ogni ambito”. In attesa, se mai verrà, di un nuovo ’68 e di una nuova politica, di una nuova musica, di una nuova arte, di una liberazione non del desiderio ma dal desiderio. Di una nuova onda “rivoluzionaria” che ci restituisca una libertà più vicina all’altezza della nostra immagin-azione.


1968. Un anno rivoluzionario in immagini. Ediz. illustrata
Carlo Batà,Gianni Morelli
Editore: White Star
Anno: 2017
Pagine: 223 p., ill. , Rilegato
EAN: 9788854035836


Il passaggio dal Medioevo all’era Moderna ha diversi marcatori. Uno dei più celebri è quello della scoperta dell’America, nel 1492. Lì inizia per convenzione quella che siamo soliti chiamare Storia Moderna, quasi che il mondo, attraverso quel viaggio, abbia compiuto un vero e proprio salto quantico. Piace immaginare che questo salto, sperimentato fra i banchi di scuola in piena età adolescenziale, simboleggi il passaggio dello studente all’età adulta, anche se onestà vuole che si vedano le cose per ciò che sono. Ovvero diverse. La storia di quella che chiamiamo modernità inizia molto prima ed è una storia che subisce accelerazioni, interruzioni, soste e ripartenze. Che muove, addirittura, da epoca romana.




Come non giudicare eminentemente moderno, ad esempio, un documento come la Tabula Peutingeriana, di età imperiale, che offre una prima rappresentazione del mondo antico e che evidenzia con notevole rigore strade e vie di comunicazione dell’epoca? La Tabula, disegnata da Marco Vipsanio Agrippia, mostra chiaramente le vicende che favorirono l’espansione di Roma: la sinergia fra la vocazione mercantile e la capacità militare, una combinazione amplificata dalla costruzione di strade e ponti. Ora, la Tabula non è solo moderna in sé, per la visione che la ispira e che la rende simile a una carta che potrebbe disegnare un geografo contemporaneo, ma perché attraverso il gesto stesso della mappatura si annuncia l’uomo moderno, l’uomo che organizza lo spazio nel quale si muove per affrancarsi dal fato, dal caso, dall’imprevisto. L’uomo che si riconosce come entità razionale e che desidera agire ispirato e mosso dalla ragione: l’uomo che fa esperienza della propria, possibile, libertà.




E’ in questa chiave che vogliamo presentare “Viaggio nel tempo. La storia del mondo attraverso le mappe antiche” di Kevin J. Brown, un volume firmato National Geographic ed edito in Italia da White Star. In 207 pagine rilegate Brown esplora i cambiamenti nella percezione e raffigurazione del mondo nel corso dei secoli, attraverso culture fra loro molto diverse. Dalla cartografia giapponese del XVIII secolo alle mappe mercantili europee, dalle cartine usate per propaganda alle mappe di fantasia, veniamo guidati in un viaggio dove via via l’uniforme cede il passo alla pluralità, al molteplice e alla diversità. In una parola, all’immagine riflessa del Mondo, a una bellezza la cui persistenza, nel nostro immaginario, appare minacciata dal destino di conoscenza varia ed eventuale che incombe sulla geografia nel nostro ordinamento scolastico.

Viene allora da leggere come un monito profetico il paradosso di Jorge Luis Borges sulla Mappa dell’Impero in scala 1:1, contenuto nella Storia universale dell’infamia, apparsa per la prima volta nel lontano 1935: “… In quell’Impero, l’Arte della Cartografia giunse a una tal Perfezione che la Mappa di una sola Provincia occupava tutta una Città, e la mappa dell’impero tutta una Provincia. Col tempo, queste Mappe smisurate non bastarono più. I Collegi dei Cartografi fecero una Mappa dell’Impero che aveva l’Immensità dell’Impero e coincideva perfettamente con esso. Ma le Generazioni Seguenti, meno portate allo Studio della cartografia, pensarono che questa Mappa enorme era inutile e non senza Empietà la abbandonarono all’Inclemenze del Sole e degl’Inverni”.


Viaggio nel tempo. La storia del mondo attraverso le mappe antiche
Kevin J. Brown
Editore: White Star
Collana: Antiche civiltà
Anno edizione: 2017
Pagine: 207 p., ill. , Rilegato
EAN: 9788854035843


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